Rapporto 2019 di Amnesty International sulle Americhe: la repressione del diritto d’asilo e delle proteste - Amnesty International Italia

Rapporto 2019 di Amnesty International sulle Americhe: la repressione del diritto d’asilo e delle proteste

27 Febbraio 2020

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Nota: questa è la terza di cinque panoramiche regionali sulla situazione dei diritti umani nel 2019, realizzate dal Segretariato Internazionale di Amnesty International. Le precedenti hanno riguardato le regioni Asia, Pacifico e Medio Oriente, Africa del Nord. Le cinque panoramiche saranno tradotte e pubblicate ad aprile da Amnesty International Italia nel suo Rapporto 2019-2020.

Nel 2019 milioni di persone sono scese in strada nelle Americhe per protestare contro gli alti livelli di violenza, disuguaglianza, corruzione e impunità o sono state costrette a lasciare i loro paesi in cerca di salvezza. In risposta, gli stati della regione hanno stroncato le proteste e il diritto d’asilo, in completo spregio dei loro obblighi nazionali e internazionali.

È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International, lanciando il suo rapporto sui diritti umani nel 2019 nelle Americhe.

Nel 2019 abbiamo assistito a un rinnovato assalto ai diritti umani in buona parte della regione. Leader intolleranti e sempre più autoritari hanno fatto ricorso a tattiche ancora più violente per impedire alle persone di protestare o di cercare salvezza in altri paesi. Ma abbiamo anche visto giovani ergersi dalla parte dei diritti e pretendere il cambiamento, dando luogo a manifestazioni di massa. Il loro coraggio di fronte alla feroce repressione di stato ci fa sperare che le nuove generazioni non saranno prevaricate“, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

Il 2020 si prospetta come un ulteriore anno di rivolte sociali, instabilità politica e distruzione ambientale e dunque la lotta per i diritti umani è più urgente che mai. E non c’è dubbio che i leader politici che predicano odio e divisione nel tentativo di demonizzare e minacciare i diritti degli altri si troveranno dal lato sbagliato della storia“, ha aggiunto Guevara-Rosas.

La repressione di stato contro manifestanti e difensori dei diritti umani

Nel 2019 movimenti di protesta, spesso guidati da giovani, si sono riuniti intorno alle richieste di trasparenza e rispetto dei diritti umani in paesi quali Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Haiti, Honduras, Portorico e Venezuela. Invece di creare meccanismi per promuovere il dialogo e prendere in considerazione le richieste dei manifestanti, le autorità hanno risposto impiegando tattiche repressive e sempre più militarizzate.

La repressione in Venezuela è stata particolarmente acuta: le forze di sicurezza del presidente Nicolás Maduro hanno commesso crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari e uso eccessivo della forza, che potrebbero costituire crimini contro l’umanità. In Cile, l’esercito e la polizia hanno intenzionalmente colpito i manifestanti per scoraggiare il dissenso, uccidendo almeno quattro persone e ferendone migliaia di altre.

In totale, nel contesto delle proteste, sono state uccise almeno 202 persone: 83 ad Haiti, 47 in Venezuela, 35 in Bolivia, 22 in Cile, otto in Ecuador e sei in Honduras.

L’America Latina si è dimostrata ancora una volta la regione più pericolosa al mondo per i difensori dei diritti umani: le persone impegnate nella protezione dei diritti della terra, dei territori e dell’ambiente sono risultate le più esposte a omicidi mirati, criminalizzazione, sfollamento forzato e minacce. La Colombia è rimasto il paese più letale, con almeno 106 omicidi, per lo più di leader contadini, nativi e di discendenza africana, nel contesto di un conflitto armato interno ancora intenso.

Il Messico è stato uno dei paesi più mortali al mondo per i giornalisti, almeno 10 dei quali sono stati uccisi. Il numero degli omicidi ha raggiunto livelli record ma la risposta delle autorità si è basata sulle fallimentari strategie sicuritarie del passato, attraverso la militarizzazione della Guardia nazionale e l’approvazione di preoccupanti leggi sull’uso della forza.

La violenza delle armi ha continuato a essere uno dei maggiori problemi di diritti umani negli Usa, con troppe armi in giro e leggi inadeguate per tenerne traccia e tenerle lontane dalle mani di persone con intenzioni offensive.

Una nuova normativa annunciata dall’amministrazione Trump nel gennaio 2020 ha reso più semplice l’esportazione di fucili d’assalto, pistole stampate in 3-D, munizioni e altro materiale, diffondendo la violenza delle armi oltreconfine, soprattutto in altri stati delle Americhe.

Analogamente, il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha firmato una serie di decreti che, tra i vari effetti che ne sono derivati, hanno ammorbidito le norme per il possesso e l’uso delle armi da fuoco.

L’atteggiamento aggressivo contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati

Il numero delle persone fuggite negli ultimi anni dalla crisi dei diritti umani del Venezuela ha raggiunto la cifra, senza precedenti nelle Americhe, di 4,8 milioni ma Perú, Ecuador e Cile hanno risposto introducendo nuovi criteri restrittivi per gli ingressi e rimandando illegalmente indietro venezuelani bisognosi di protezione internazionale.

Più a nord, il governo Usa ha usato il sistema giudiziario contro i difensori dei diritti dei migranti, ha imprigionato illegalmente bambini migranti e ha attuato nuove misure per attaccare e limitare massicciamente l’accesso all’asilo, in violazione dei suoi obblighi internazionali.

Proprio mentre le persone in fuga da una violenza persistente e diffusa cercavano di trovare protezione negli Usa, l’amministrazione Trump le ha rimandate indietro ponendole in pericolo. Decine di migliaia di persone sono state costrette ad attendere il proprio destino in Messico, in condizioni di rischio, sulla base dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, meglio noti come le politiche del “Rimani in Messico”.

Gli Usa hanno impedito a un numero sempre maggiore di richiedenti asilo il diritto all’assistenza, applicando programmi segreti di espulsione rapida. Hanno anche fatto pressioni sui paesi vicini perché violassero i diritti dei richiedenti asilo, facendo firmare con le maniere forti a paesi come Guatemala, El Salvador e Honduras una serie di mal concepiti e fittizi accordi sui “paesi terzi sicuri“.

Dopo la minaccia dell’amministrazione Trump di imporre nuovi dazi doganali, il governo del Messico non solo ha accettato di ricevere e rimandare forzatamente indietro richiedenti asilo ai sensi dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, ma ha anche dispiegato l’esercito per impedire ai migranti centroamericani di attraversare il suo territorio per arrivare alla frontiera con gli Usa.

Impunità, ambiente e violenza di genere tra i principali motivi di preoccupazione

L’impunità è rimasta la norma in tutta la regione. Il governo del Guatemala ha compromesso l’accesso alla giustizia delle vittime di gravi violazioni dei diritti umani ponendo fine alle attività della Commissione internazionale contro l’impunità, seguito nel gennaio 2020 da quello dell’Honduras che ha annunciato la fine della Missione di sostegno alla lotta contro la corruzione e l’impunità.

Le preoccupazioni per l’ambiente sono aumentate in tutta la regione. L’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi e gravi crisi ambientali hanno colpito i popoli nativi in Brasile, Bolivia, Perú ed Ecuador. Le politiche anti-ambientaliste del presidente brasiliano Bolsonaro hanno alimentato i devastanti incendi dell’Amazzonia e non hanno protetto i popoli nativi dal disboscamento illegale e dall’espansione degli allevamenti di bestiame che sono alla base delle appropriazioni di territorio.

Entrato ufficialmente in carica all’inizio del 2019, Bolsonaro ha immediatamente tradotto in pratica la sua retorica contraria ai diritti umani attraverso una serie di provvedimenti amministrativi e legislativi che hanno messo a rischio i diritti di ogni persona. Nel frattempo, l’emblematico omicidio della difensora dei diritti umani Marielle Franco, avvenuto nel 2018, è rimasto irrisolto.

Nonostante alcuni progressi e la crescita di vari movimenti per i diritti delle donne, la violenza di genere è rimasta diffusa in tutte le Americhe. Nella Repubblica Dominicana la polizia ha continuato a stuprare e umiliare le lavoratrici del sesso con modalità equiparabili alla tortura.

Ben pochi progressi sono stati fatti dal punto di vista dei diritti sessuali e riproduttivi. Le autorità di El Salvador hanno proseguito a criminalizzare le donne e le ragazze che hanno dovuto fare ricorso a interventi ostetrici di emergenza, soprattutto quelle provenienti da ambienti svantaggiati, attraverso il divieto totale di abortire. In Argentina, è stato registrato un parto ogni tre ore di bambine di età inferiore ai 15 anni, la maggior parte delle quali a seguito di gravidanze forzate causate dalla violenza sessuale.

Le vittorie del 2019 e i motivi di ottimismo per il 2020

Alla fine del 2019, 22 stati americani avevano firmato il trattato regionale sui diritti ambientali noto come Accordo di Escazú. Nel febbraio 2020 l’Ecuador è stato l’ottavo stato ad averlo ratificato. Mancano solo tre ratifiche perché entri in vigore.

Negli Usa, a novembre, un tribunale dell’Arizona ha assolto il volontario umanitario Scott Warren dall’accusa di aver “nascosto” due migranti cui aveva fornito cibo, acqua e un posto per dormire. In precedenza, a febbraio, un giudice federale aveva annullato la sentenza nei confronti di altri quattro volontari per accuse analoghe.

L’assoluzione di Evelyn Hernández, condannata per omicidio aggravato dopo aver subito un intervento ostetrico di emergenza, è stata un’altra vittoria dei diritti umani in El Salvador, sebbene la procura abbia presentato appello.

Le donne e le ragazze sono state in prima fila nei movimenti, prevalentemente guidati dai giovani, che sono scesi in piazza per i diritti umani. Grandi manifestazioni femministe hanno avuto luogo in Argentina, Messico e Cile.

Questa onda verde di donne e ragazze che chiedono il rispetto dei diritti sessuali e riproduttivi e la fine della violenza di genere pare inarrestabile. Da Santiago del Cile a Washington DC, l’inno di protesta ‘Uno stupratore sulla tua strada’ è stato la colonna sonora della solidarietà nel 2019 e ha ridato slancio all’ottimismo per un 2020 in cui si possano ottenere dei risultati“, ha sottolineato Guevara-Rosas.

Entriamo in un nuovo decennio e non possiamo consentire ai governi delle Americhe di ripetere gli errori del passato. Invece di limitare diritti conquistati a duro prezzo, chiediamo loro di rafforzarli e di collaborare per creare una regione in cui ognuno possa vivere in libertà e dignità“, ha concluso Guevara-Rosas.