Amnesty International
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In un nuovo importante rapporto, pubblicato in occasione del quarto anniversario dell’inizio della rivolta “Donna Vita Libertà”, Amnesty International ha denunciato che i responsabili dei crimini contro l’umanità commessi per reprimere brutalmente le proteste che, nel 2022, hanno attraversato l’intero Iran, continuano tuttora a controllare il letale apparato statale di repressione.
Il nuovo rapporto di oltre 1000 pagine, intitolato “Architettura delle atrocità: l’apparato statale che ha orchestrato i crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran”, descrive nel dettaglio come le autorità iraniane abbiano commesso i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione per motivi politici, di genere, etnici e religiosi allo scopo di reprimere la rivolta. Documenta inoltre le operazioni letali di repressione delle proteste e le relative strutture di comando, individuando 87 funzionari che dovrebbero essere sottoposti a indagini per crimini contro l’umanità.
Amnesty International ha chiesto che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisca con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale, per garantire che le autorità iraniane responsabili di crimini contro l’umanità siano chiamate a risponderne e per impedire il ripetersi di atrocità come i massacri su vasta scala delle persone manifestanti compiuti l’8 e il 9 gennaio 2026.
Alla luce delle ostilità in corso dopo gli attacchi illegali condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Amnesty International ha ribadito inoltre la richiesta di un cessate il fuoco duraturo e di indagini indipendenti sugli attacchi compiuti durante il conflitto. L’organizzazione ha sollecitato le Nazioni Unite a intervenire per garantire l’accertamento delle responsabilità per le violazioni della propria Carta e del diritto internazionale umanitario, compresi eventuali crimini di guerra.
Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato:
“Le numerose prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano alcun dubbio: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per reprimere la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022. Hanno condotto un attacco esteso e sistematico contro una popolazione civile che chiedeva dignità, diritti umani e un cambiamento politico fondamentale, in attuazione di una politica statale basata sull’uso della forza letale per annientare il dissenso”.
“Il nostro rapporto mostra inoltre come i crimini contro l’umanità in Iran siano alimentati da un sistema di impunità incorporato negli assetti costituzionali, legislativi, politici e giudiziari del paese. Il terribile risultato è stato un susseguirsi sempre più grave di uccisioni di massa di manifestanti, culminato nel massacro di migliaia di persone nell’arco di appena 48 ore, l’8 e il 9 gennaio 2026. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve porre fine all’inaccettabile normalizzazione delle uccisioni di massa di manifestanti in Iran e istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale finalizzato a perseguire le persone maggiormente coinvolte nei crimini contro l’umanità”, ha aggiunto Agnès Callamard.
“Questo rapporto viene pubblicato mentre la popolazione iraniana subisce anche le devastanti conseguenze degli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele. Amnesty International si oppone fermamente alle violazioni del diritto internazionale commesse da tutte le parti e respinge qualsiasi tentativo di strumentalizzare le sofferenze di chi ha subito violazioni dei diritti umani in Iran per giustificare attacchi illegali che causano ulteriori danni alla popolazione civile”.
“Da anni, le persone in Iran vanno incontro a repressione brutale, persecuzione e impunità per mano delle medesime autorità. Oggi parte della popolazione sta pagando anche il costo umano delle azioni militari illegali condotte da Stati Uniti e Israele. Una risposta fondata sui principi richiede di respingere sia l’impunità per i crimini contro l’umanità sia l’uso illegale della forza. La comunità internazionale deve perseguire strategie diplomatiche incentrate sulle persone, che pongano al centro la protezione della popolazione civile, la prevenzione delle atrocità, la giustizia e l’accertamento delle responsabilità. Dopo oltre sei mesi di attacchi aerei che hanno ucciso e ferito persone civili, danneggiato l’ambiente e provocato ingenti distruzioni delle infrastrutture civili, è urgentemente necessario un cessate il fuoco duraturo, accompagnato da indagini indipendenti e da un intervento dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite volto ad accertare le responsabilità per le violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale umanitario e per eventuali crimini di guerra commessi da tutte le parti del conflitto”.
Il rapporto di Amnesty International, pubblicato quattro anni dopo che la morte in custodia di Zhina Mahsa Amini per mano della cosiddetta polizia “morale” innescò proteste in tutto l’Iran, documenta come le autorità iraniane abbiano mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di minorenni. Tra i crimini contro l’umanità figurano anche l’arresto arbitrario, la sparizione forzata, i maltrattamenti e le torture ai danni di migliaia di uomini, donne e minorenni, nonché la persecuzione dei familiari delle persone uccise.
Insieme al rapporto, Amnesty International pubblica anche un documento intitolato “Vite spezzate brutalmente: persone uccise nei crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran”, un documento che ricostruisce la morte di 377 persone manifestanti e passanti, 56 delle quali minorenni, sulla base delle informazioni e delle prove raccolte nell’ambito dell’indagine dell’organizzazione sui modelli ricorrenti di uccisioni compiute dalle forze di sicurezza in tutto il paese. Il documento contiene, ove disponibili, fotografie delle persone uccise e immagini dei luoghi di sepoltura.
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Oltre a chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di istituire un meccanismo internazionale di giustizia, alla luce dello stallo politico al Consiglio di sicurezza, della gravità e dell’entità dei crimini commessi e dell’elevato rischio che possano ripetersi, Amnesty International ha esortato gli stati a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire la situazione in Iran all’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale.
L’organizzazione ha sollecitato inoltre le autorità giudiziarie di tutto il mondo ad avviare indagini, sulla base del principio della giurisdizione universale o di altre forme di giurisdizione extraterritoriale, nei confronti dei funzionari iraniani sospettati di essere responsabili di crimini contro l’umanità compresi quelli descritti nel rapporto, e, laddove vi siano prove sufficienti, a emettere mandati d’arresto.
La ricerca condotta da Amnesty International nell’arco di diversi anni per la realizzazione del rapporto ha incluso interviste a 270 persone, tra cui manifestanti, ex detenuti, familiari di persone uccise o detenute, testimoni oculari, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e personale sanitario. L’organizzazione ha inoltre analizzato oltre 2000 video e un’ampia documentazione, tra cui dichiarazioni ufficiali, documenti ufficiali trapelati, provvedimenti delle procure, decisioni giudiziarie e documentazione forense.
Amnesty International ha scritto alla Guida suprema dell’Iran e ad alti funzionari delle forze di sicurezza per condividere i risultati dell’indagine e informare gli 87 funzionari individuati nel rapporto. Al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta.
Le indagini di Amnesty International sui crimini contro l’umanità commessi per reprimere la rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022 hanno rivelato che due delle principali forze di polizia, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con l’acronimo persiano Faraja, hanno guidato l’oppressione violenta e letale delle proteste, attuando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e i consigli di sicurezza provinciali e locali.
Agenti del Faraja e del Cgri hanno ripetutamente sparato contro la folla utilizzando fucili d’assalto di tipo militare, pistole e fucili caricati con pallini metallici. Oltre a ciò, hanno inseguito manifestanti e passanti in fuga, raggiungendo persone disarmate che non costituivano alcuna minaccia per le forze di sicurezza o per altre persone e uccidendole con colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata.
Tra le unità del Faraja coinvolte figuravano la Polizia di prevenzione, comprese le sue Unità di assistenza, e le Unità speciali. Tra le unità del Cgri coinvolte figuravano le divisioni operative, le Unità provinciali di sicurezza e diversi battaglioni basij, tra cui i Battaglioni Imam Ali e i Battaglioni Beit Al-Moghaddas. Queste unità del Cgri operavano sotto il comando dei rispettivi corpi provinciali, a loro volta sottoposti alla supervisione di sedi regionali.
Le dichiarazioni ufficiali e i documenti trapelati analizzati nel rapporto mostrano come la politica statale abbia trovato attuazione attraverso riunioni strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine trapelato è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a provocare la morte”.
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Numerosi testimoni hanno descritto strade simili a campi di battaglia a causa degli incessanti colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza.
Mahshid, che aveva partecipato alle proteste a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, ha raccontato ad Amnesty International:
“Non avevo mai visto scene del genere… La situazione era terrificante, sembrava una zona di guerra. Le forze di sicurezza continuavano semplicemente a sparare”.
La maggior parte delle 377 persone manifestanti e passanti la cui morte è stata documentata da Amnesty International è stata uccisa dalle forze di sicurezza durante la dispersione delle proteste tra settembre e dicembre 2022. Altre persone sono morte mentre si trovavano in custodia, dopo la scarcerazione o in circostanze sospette che fanno ritenere possibile una responsabilità dello stato.
In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la maggior parte di esse ad attori non statali, “rivoltosi” o “terroristi armati”, nonostante le schiaccianti prove del contrario. Anziché intervenire per fermare i crimini man mano che le prove si accumulavano, alti funzionari hanno ripetutamente elogiato le forze di sicurezza e ordinato la prosecuzione delle operazioni.
Sulla base di una dettagliata documentazione relativa alle forze di sicurezza coinvolte e di un’analisi approfondita delle loro strutture di comando, Amnesty International ha individuato 87 funzionari iraniani nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali per crimini contro l’umanità.
L’elenco, che non è esaustivo, comprende persone ai più alti livelli dell’apparato di sicurezza iraniano fino a funzionari operanti a livello provinciale e locale.
Le 87 persone individuate comprendono 62 comandanti delle forze di sicurezza – tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale, provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali Amnesty International ha condotto indagini approfondite.
Tra le persone individuate figurano il defunto Ali Khamenei, Guida suprema e comandante in capo di tutte le forze armate, e il defunto Mohammad Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate, entrambi uccisi nel febbraio 2026 in attacchi aerei condotti durante l’offensiva militare statunitense-israeliana contro la Repubblica islamica dell’Iran. Amnesty International indica inoltre Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro dell’Interno per la polizia e la sicurezza.
“Questa indagine mette in luce i diversi livelli di comando e coordinamento alla base della repressione letale delle proteste da parte delle autorità iraniane. Gli agenti presenti nelle strade operavano all’interno di una catena di comando gerarchica e coordinata che li collegava ai funzionari che hanno diretto, reso possibili, agevolato e sostenuto crimini commessi su vasta scala”, ha dichiarato Agnès Callamard.
“I funzionari indicati nel rapporto continuano a sottrarsi alla giustizia in Iran. La maggior parte ricopre tuttora incarichi dai quali può scatenare nuove repressioni letali, mentre alcuni, dopo i crimini contro l’umanità del 2022, hanno persino ottenuto promozioni all’interno della catena di comando. Le conseguenze del perdurare dell’impunità sono state devastanti. È più che mai necessario istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale per l’Iran prima che si verifichi un altro massacro di manifestanti”, ha aggiunto Callamard.
Le persone appartenenti alle perseguitate comunità beluci e curde dell’Iran che hanno partecipato alle proteste hanno subito in misura devastante la repressione letale: rappresentano il 62 per cento del totale delle persone la cui morte è stata documentata, pur costituendo rispettivamente il cinque per cento e tra il dieci e il 15 per cento della popolazione del paese.
Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale da parte delle forze di sicurezza di 106 persone manifestanti e passanti beluci, tra cui 20 minorenni, nella provincia del Sistan e Belucistan, pari al 33 per cento delle persone uccise documentate. Soltanto il 30 settembre 2022, 87 persone sono state uccise illegalmente quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, in quello che da allora è chiamato il “Venerdì di sangue”.
L’organizzazione ha inoltre documentato le circostanze dell’uccisione illegale di 95 persone manifestanti e passanti curde, tra cui 13 minorenni, durante la dispersione delle proteste o in aree militarizzate in prossimità di proteste ancora in corso o concluse da poco, in 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, pari al 29 per cento delle persone uccise documentate. La maggior parte è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco; altre persone sono morte dopo essere state picchiate, colpite da candelotti lacrimogeni o deliberatamente investite da veicoli delle forze di sicurezza.
Iman, testimone oculare a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, ha dichiarato: “Gli agenti sparavano a chiunque capitasse nel loro campo visivo, senza preoccuparsi che si trattasse di donne, minori, passanti o manifestanti”.
Amnesty International ha accertato che nelle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale le forze di sicurezza hanno utilizzato sistematicamente fucili da tiratore scelto, fucili d’assalto, mitra e mitragliatrici pesanti montate su pick-up.
Amnesty International ha concluso che gli atti di omicidio e tortura ai danni di manifestanti curdi e beluci sono stati commessi con intento discriminatorio per motivi politici ed etnici e che, per questi gruppi specificamente presi di mira, ricorrono gli elementi costitutivi del crimine contro l’umanità di persecuzione.
In Iran, l’impunità per i crimini di diritto internazionale e per altre gravi violazioni dei diritti umani è sistemica e intenzionale.
La costituzione iraniana pone il sistema giudiziario sotto il controllo diretto della Guida suprema, che, oltre a essere comandante in capo delle forze di sicurezza, nomina il capo del potere giudiziario, il quale a sua volta nomina giudici di alto grado e procuratori. I casi riguardanti gravi violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza sono trattati dalle procure e dai tribunali militari, nei quali giudici e procuratori possono provenire essi stessi dalle forze di sicurezza e fanno abitualmente affidamento sulle ricostruzioni fornite dagli stessi organismi di sicurezza implicati nei crimini.
La Legge iraniana sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate in situazioni di necessità consente di utilizzare armi da fuoco per disperdere le proteste, in palese violazione del diritto internazionale, che ne permette l’uso soltanto come ultima possibilità di fronte a una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi. La legge esenta inoltre, in linea generale, gli agenti statali dalla responsabilità civile e penale.
“Le persone sopravvissute e le famiglie delle persone uccise in Iran sono intrappolate in un sistema nel quale le stesse istituzioni che dovrebbero garantire giustizia sono controllate da autorità che hanno le mani sporche di sangue. Le famiglie che chiedono verità e giustizia vengono perseguitate”, ha dichiarato Agnès Callamard.
“Rivolgere richieste di accertamento delle responsabilità alle autorità giudiziarie iraniane complici di crimini contro l’umanità significa ignorare la realtà. La comunità internazionale deve promuovere subito percorsi internazionali di giustizia. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve occuparsi di questa crisi dell’impunità, che espone le persone in Iran a uccisioni di massa di manifestanti sempre più frequenti e gravi”, ha proseguito Callamard.
Archivio privato
Amnesty International ha pubblicato questo rapporto in un momento in cui le persone in Iran sono a rischio di subire crimini di diritto internazionale su due fronti. Da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite.
Dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste. Le autorità iraniane hanno sfruttato la copertura offerta dalle “condizioni di guerra” per intensificare la repressione interna, militarizzare ulteriormente gli spazi pubblici, minacciare apertamente di compiere uccisioni di massa di manifestanti e dissidenti e aumentare il ricorso a esecuzioni arbitrarie motivate politicamente.
Dal dicembre 2017 l’Iran è attraversato da successive ondate di proteste contro il sistema politico. Le persone sono scese ripetutamente in strada per chiedere diritti umani, dignità, libertà, la fine del sistema della Repubblica islamica e la transizione verso un nuovo sistema di governo rispettoso dei diritti umani. Le approfondite ricerche condotte da Amnesty International sulla risposta delle autorità alle successive ondate di protesta del dicembre 2017-gennaio 2018, novembre 2019, settembre-dicembre 2022 e gennaio 2026 mostrano un modello ricorrente di uccisioni illegali di massa, tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale.