Rilasciare ed evacuare i rifugiati e i migranti detenuti in Libia

Rilasciare i rifugiati e i migranti detenuti in Libia: la situazione e le nostre richieste

12 luglio 2019

Tempo di lettura stimato: 7'

In accordo con Human Rights Watch e il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli, chiediamo ai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che si riuniranno a Bruxelles il 15 luglio, di rivolgere alla Libia la ferma richiesta di chiudere i centri di detenzione per migranti e rifugiati e di assumere l’impegno, a nome dei loro governi, di facilitare l’evacuazione di queste persone verso luoghi sicuri, anche all’esterno della Libia e negli stati membri dell’Unione europea.

I governi dell’Unione europea devono offrire immediato sostegno alle autorità libiche per la chiusura dei centri di detenzione e misure immediate per evacuare le persone più vulnerabili e a rischio”, ha dichiarato Judith Sunderland, direttrice associata di Human Rights Watch per l’Europa e l’Asia centrale.

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Rilascio dei migranti e rifugiati detenuti in Libia: il contesto

Dopo l’attacco mortale contro il centro di detenzione di Tajoura, le autorità libiche hanno dichiarato la disponibilità a rilasciare migranti e rifugiati dai centri ufficiali. Il 10 luglio l’alta rappresentante uscente per gli affari esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha affermato che “l’attuale sistema di detenzione dei migranti in Libia deve finire“. Il 7 giugno, citando le “orribili condizioni” dei centri, l’Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto alle autorità libiche e alla comunità internazionale di assicurare che tutti i migranti e i richiedenti asilo nei centri di detenzione di Tripoli siano “immediatamente rilasciati”.

I governi dell’Unione europea, purtroppo, non hanno mai condizionato il loro sostegno alle autorità libiche alla chiusura dei centri di detenzione e al rilascio delle migliaia di persone ivi illegalmente detenute.

L’11 luglio l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) hanno chiesto che tutti i finanziamenti siano subordinati alla chiusura dei centri e hanno presentato una serie di proposte per l’immediato rilascio dei detenuti.

La guerra civile in Libia

Le già drammatiche condizioni dei migranti nei centri di detenzione sotto il controllo nominale del Governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite sono ulteriormente peggiorate da quando, all’inizio di aprile, le forze del generale Khalifa Haftar hanno iniziato l’assalto alla capitale Tripoli.

L’attacco della notte del 2 luglio contro il centro di detenzione di Tajoura, situato all’interno di un complesso militare a sudest di Tripoli, ha causato 53 morti e almeno 130 feriti, due dei quali erano rimasti già feriti il 7 maggio, quando alcuni missili caddero a soli 100 metri dal centro. Il 9 luglio l’Unhcr ha annunciato che le autorità libiche avevano consentito ai sopravvissuti di lasciare il centro.

Tuttavia, a quanto pare, queste persone non hanno avuto assistenza adeguata né la possibilità di lasciare la Libia per cercare riparo altrove, se così avessero voluto. Alla fine di aprile, uomini armati avevano assaltato il centro di detenzione di Qasr Ben Geshir, a circa 24 chilometri a sud di Tripoli. Le responsabilità per entrambi gli attacchi non sono ancora chiare e potrebbero emergere solo a seguito di indagini credibili e indipendenti.

Migranti e rifugiati in Libia: i primi trasferimenti

Dall’inizio di aprile, l’Unhcr ha potuto evacuare solo 289 persone verso il Niger e 295 in Italia, l’unico stato dell’Unione europea che ha finora accettato di prendere richiedenti asilo direttamente dalla Libia. Anche gli stati esterni all’Unione europea dovranno contribuire alle evacuazioni e ai ricollocamenti.

Il terribile attacco contro il centro di detenzione di Tajoura della scorsa settimana ha evidenziato ancora una volta i pericoli mortali cui vanno incontro donne, uomini e bambini detenuti nei centri libici“, ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su immigrazione e asilo.

All’inizio di luglio l’Unhcr aveva trasferito 1630 detenuti dai centri situati sulla linea del fronte al suo centro di raccolta e partenza di Tripoli e ad altri centri situati in zone ritenute più sicure.

L’Unhcr ritiene che 3800 persone siano ancora detenute nei centri prossimi alle zone di conflitto, su un totale di migranti e rifugiati detenuti che al 21 giugno era stimato in 5800 persone. Sulla base della legge libica sui migranti, richiedenti asilo e rifugiati privi di documenti possono essere posti in detenzione senza poter contestare la legittimità del provvedimento. In questo senso, si tratta di detenzione arbitraria.

Migranti e rifugiati in Libia: le nostre richieste

Chiediamo che tutte le persone detenute arbitrariamente nei centri sotto il controllo nominale del Governo di accordo nazionale siano rilasciate e che quei centri siano chiusi. Considerati i rischi cui i cittadini stranieri vanno incontri in Libia, il Governo di accordo nazionale dovrà collaborare con le agenzie internazionali e l’Unione europea per fornire immediata assistenza umanitaria alle persone rilasciate e istituire corridoi umanitari.

Gli stati membri dell’Unione europea dovranno assicurare che le persone evacuate dai centri di detenzione abbiano a disposizione percorsi legali e sicuri per uscire dalla Libia, anche impegnandosi a mettere a disposizione un maggior numero di posti per i ricollocamenti e favorendo la velocizzazione delle evacuazioni effettuate dall’Unhcr verso il suo centro di transito in Niger o direttamente verso gli stati dell’Unione europea.

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La Libia non è un porto sicuro

L’affidamento alla Libia del controllo dell’immigrazione da parte delle istituzioni dell’Unione europea e dei suoi stati membri rappresenta un’abdicazione collettiva alla responsabilità di salvare vite umane in mare e ha contribuito all’attuale drammatica situazione.

Nonostante vi sia un ampio consenso internazionale sul fatto che la Libia non può essere considerata un posto sicuro ove far tornare le persone, molti governi e istituzioni dell’Unione europea sostengono una politica che consente alle autorità libiche di pretendere di controllare una vasta area di ricerca e soccorso, allontana le forze europee dal Mediterraneo centrale e s’impegna o appoggia tacitamente i tentativi di ostacolare o criminalizzare le azioni delle organizzazioni non governative che hanno cercato di assumersi le responsabilità dei soccorsi in assenza di un’efficace risposta degli stati.

Questa politica pone chiunque comandi una nave che fa soccorso nel Mediterraneo centrale in una situazione insostenibile, venendo direttamente o indirettamente incoraggiato dai governi europei a sbarcare le persone soccorse in Libia anche se questa è una evidente violazione del diritto internazionale.

I negoziati tra gli stati europei per affrontare questa situazione attraverso un accordo sulla responsabilità condivisa per gli sbarchi e i ricollocamenti delle persone soccorse in mare sono falliti, producendo solamente accordi ad hoc per risolvere le situazioni di stallo con le navi delle organizzazioni non governative e persino con la guardia costiera e con navi commerciali, in un contesto nel quale viene continuamente proclamata la dura politica dei “porti chiusi”.

A marzo, insieme a Human Rights Watch, abbiamo pubblicato un Piano d’azione per un sistema di soccorsi equo e funzionante nel Mediterraneo. Questo piano, che si basa sulle raccomandazioni del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati, propone un sistema provvisorio per assicurare che le persone soccorse in mare possano sbarcare rapidamente nel rispetto del diritto internazionale e individua un sistema equo di condivisione delle responsabilità tramite i ricollocamenti.

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