Iran, 134 premi Nobel firmano lettera per rilascio Djalali - Amnesty International Italia

Iran, 134 premi Nobel firmano lettera per rilascio Djalali

9 gennaio 2020

Tempo di lettura stimato: 2'

Approfondimento a cura del Coordinamento tematico sulla pena di morte. Per restare aggiornato iscriviti alla newsletter. Per consultare i numeri precedenti clicca qui.

In una lettera aperta, 134 premi Nobel hanno invitato la Guida suprema iraniana Ali Kamenei a garantire che Ahmadreza Djalali, esperto di Medicina dei disastri e assistenza umanitaria ed ex ricercatore presso l’Università del Piemonte Orientale di Novara, condannato a morte in Iran con l’accusa di “spionaggio”, “possa tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli e continuare il suo lavoro accademico a beneficio dell’umanità“.

Lo rende noto Amnesty International che ricorda come Djalali sia stato condannato in primo grado alla pena di morte per spionaggio nell’ottobre 2017 e si è visto confermare definitivamente la sentenza nel luglio 2019. Da quando si trova in prigione la salute del ricercatore si è aggravata ed ha urgente bisogno di cure mediche specialistiche.

La moglie di Djalali, Vida Mehrannia, rimasta sola con due figli a Stoccolma, ha iniziato da subito una campagna per il rilascio del marito e insieme ad Amnesty International lotta per il proscioglimento da ogni accusa e la scarcerazione di Djalali.

Dal novembre 2017 è la terza volta che un folto gruppo di premi Nobel sollecita le autorità iraniane in riferimento alle condizioni critiche di Djalali, come ricorda Amnesty che ha già raccolto oltre 160mila firme all’appello online.

Firma l’appello

cifre

I dati sulla pena di morte nel 2019

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

Condanne a morte eseguite al 31 dicembre 2019*

*questa lista contiene soltanto i dati sulle esecuzioni di cui Amnesty International è riuscita ad avere notizia certa. In alcuni paesi asiatici e mediorientali il totale potrebbe essere molto più elevato.

Dal 2009, Amnesty International ha deciso di non pubblicare la stima delle condanne a morte e delle esecuzioni in Cina, dove questi dati sono classificati come segreto di stato. Ogni anno, viene rinnovata la sfida alle autorità cinesi di rendere disponibili queste informazioni che si ritiene essere nell’ordine di migliaia, sia di esecuzioni che di condanne a morte.

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Altre notizie

Pakistan – Il generale Pervez Musharraf è stato condannato a morte il 17 dicembre da un tribunale di Islamabad per alto tradimento al termine di un processo iniziato nel 2014 a seguito dello stato d’emergenza e della sospensione della Costituzione imposti nel 2007 dall’allora ex presidente del Pakistan. Musharraf, 76 anni, “è stato giudicato colpevole della violazione dell’articolo 6 della Costituzione“, ha riferito un funzionario del governo, Salman Nadeem, senza fornire ulteriori dettagli sulle motivazioni della sentenza. Il generale si trova dal 2016 a Dubai per cure mediche e difficilmente tornerà nel suo paese in assenza, tra l’altro, di un trattato di estradizione formale tra Emirati e Pakistan. Il colpo inferto dalla magistratura non solo a Musharraf, ma a tutta la potente casta militare pachistana, è durissimo. Mai un leader in divisa era stato accusato di un reato di tale gravità e condannato alla pena capitale. Per Amnesty International, “Musharraf e il governo da lui guidato devono essere ritenuti responsabili di tutte le violazioni dei diritti umani commesse durante il loro mandato” ma allo stesso tempo “è fondamentale che riceva un giusto processo senza ricorrere alla pena di morte“. Uno dei suoi avvocati, Akhtar Shah, ha già annunciato che il collegio difensivo presenterà ricorso contro la condanna a morte. (Fonte: Amnesty International)

Sudan – Un tribunale ha condannato a morte il 30 dicembre 27 membri del Niss, il Servizio d’intelligence e sicurezza della nazione, accusati dell’uccisione di un manifestante durante le proteste di massa scoppiate circa un anno fa. È la prima volta che nel paese viene comminata la pena capitale a membri delle forze armate accusati di aver ucciso un dimostrante. Durante l’udienza, secondo quanto riportato da Africanews, il giudice Sadok Abdelrahmane ha chiesto al fratello della vittima, Saad Al-Kheir, se fosse pronto a perdonare gli imputati. “Chiedo la pena di morte“, avrebbe detto Al-Kheir tra le lacrime, mentre fuori dal tribunale di Omdurman decine di persone si erano radunate per chiedere una “giusta punizione“. L’insegnante Ahmed Al-Kheir, era stato arrestato il 31 gennaio 2019, in una località dello stato di Kassala, e torturato a morte nei locali del Niss. Aveva 36 anni. La famiglia di Khair ha detto che i funzionari della sicurezza inizialmente avevano dichiarato che l’uomo era morto per avvelenamento. Nei giorni successivi, un’indagine ha scoperto che in realtà era morto per ferite causate da percosse.
(Fonte: Africa News)

UsaCondanne a morte ed esecuzioni continuano a calare negli Stati Uniti, metà degli stati americani hanno abolito la pena capitale o sospeso le esecuzioni, mentre per la prima volta da quando nel 1985 Gallup ha cominciato a effettuare questo tipo di sondaggio la maggioranza degli americani (il 60%) ritiene che il carcere a vita sia una soluzione migliore della pena di morte. Sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto di fine anno del Death Penalty Information Center. Secondo l’organizzazione, nel 2019 sono stati messi a morte 22 detenuti, il secondo minimo storico dal 1973. Nel 2018 erano stati 25. La maglia nera spetta al Texas con nove esecuzioni, seguito da Alabama, Florida, Georgia, Tennessee, Missouri e Sud Dakota. In Usa vi sono ora 32 stati dove non è in vigore la pena di morte mentre a livello federale l’ultima esecuzione risale al 2003. Tuttavia il Ministro della Giustizia William Barr solo pochi mesi fa ha annunciato l’intenzione di riprenderle. (Fonte: Death Penalty Information Center)

Dal mondo

5 dicembre – Lee Hall, 53 anni, è stato messo a morte per elettrocuzione in Tennessee. L’uomo era stato condannato a morte nel 1992 per aver ucciso, il 16 aprile 1991, dandole fuoco con della benzina, la ex fidanzata Traci Crozier. Hall era stato uno dei detenuti che avevano indetto una causa collettiva contro il protocollo di iniezione letale dello stato, causa che è ancora in corso. Poiché il suo reato era antecedente al 1999, aveva la possibilità di scegliere in alternativa la sedia elettrica, cosa che Hall ha fatto. Gli ultimi ricorsi dei suoi avvocati sull’incostituzionalità del protocollo di iniezione letale e sul fatto che l’imputato fosse ormai completamente cieco sono stati tutti respinti.

12 dicembre – Travis Runnels, 46 anni, accusato di aver ucciso un suo sorvegliante carcerario nel 2003, è stato messo a morte in Texas con un’iniezione letale dopo che la Corte Suprema ha respinto l’appello presentato in extremis dai suoi legali, secondo i quali uno dei testimoni nel processo del 2005 ha dichiarato il falso.

18 dicembre – La Corte suprema indiana ha respinto l’appello presentato da Aksay Thakur, uno dei quattro condannati a morte perché ritenuti colpevoli dello stupro di Nirbhaya, la studentessa indiana di 23 anni che pochi giorni dopo la violenza subita su un autobus il 16 dicembre 2012 morì per le lesioni interne. La decisione arriva dopo che era stato già respinto il ricorso degli altri tre: Mukesh Singh, Vinay Sharma e Pawan Gupta, tutti tra i 20 e i 30 anni. Ai quattro si devono aggiungere altri due responsabili della violenza sessuale: il capo del branco, Ram Singh, suicidatosi in prigione nel 2015, e un minorenne all’epoca della vicenda tornato in libertà dopo aver scontato la condanna in un riformatorio. I quattro ora rischiano l’impiccagione. La vicenda scatenò la prima grande ondata di proteste contro gli stupri in tutta l’India che portò alla modifica del codice penale con un deciso inasprimento delle pene per i responsabili di violenze sessuali individuali o di gruppo verso le donne.

21 dicembre – Un tribunale pakistano ha condannato a morte Junaid Hafeez, 33 anni, ex docente universitario, per blasfemia. L’uomo era stato arrestato nel marzo 2013 dopo che gli studenti lo avevano accusato di condividere materiale blasfemo sui social media e di usare un linguaggio blasfemo durante le lezioni. Attivisti per i diritti umani e giornalisti progressisti hanno criticato la decisione e chiesto a gran voce la modifica della legge sulla blasfemia in vigore nel Paese. La sentenza è stata emessa da un tribunale di Multan, nel Punjab. Dopo essere stato aggredito dai compagni di cella, l’uomo è stato spostato in isolamento. Il suo primo avvocato Rashid Rahman è stato ucciso a colpi di pistola da estremisti musulmani per aver esaminato il suo caso. Il secondo avvocato rinunciò al caso, mentre il terzo riceveva continuamente minacce.

Buone notizie

Usa – Il governatore uscente del Kentucky Matt Bevin ha deciso di commutare in ergastolo le condanne a morte di due dei prigionieri da più lungo tempo nel braccio della morte dello stato, rispettivamente 31 e 36 anni: il 6 dicembre quella di Gregory Wilson (il cui processo all’epoca venne definito “una parodia della giustizia”) e il 9 dicembre quella di Leif Halvorsen, protagonista di una “straordinaria storia di ravvedimento” che lo ha portato a conseguire due lauree. In ragione della loro età avanzata, entrambi i detenuti potranno chiedere di essere rimessi in libertà condizionata.

Usa – Il 16 dicembre 2019, dopo l’arrivo di una donazione anonima di 250.000 dollari, un giudice del Mississippi ha disposto la libertà su cauzione di Curtis Flowers, condannato a morte nel 1997 per un quadruplice omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. Flowers, afroamericano, era stato giudicato colpevole da una giuria composta da soli bianchi dell’omicidio di quattro impiegati bianchi di un negozio d’arredamento di Winona. Durante i quasi 23 anni trascorsi dal primo processo, la condanna a morte di Flowers era stata annullata cinque volte (sempre per motivi di discriminazione razziale) e altrettante volte era stata ripristinata, da giurie i cui i membri afroamericani erano sempre stati in minoranza. Alla fine, il 21 giugno 2019, è intervenuta la Corte Suprema Federale degli Usa ad annullare definitivamente la sentenza, “per via della incessante e determinata ostinazione della pubblica accusa a escludere giurati afroamericani“.