Giornata mondiale contro la pena di morte 2020 - Amnesty International Italia

Giornata mondiale contro la pena di morte 2020

9 Ottobre 2020

Tempo di lettura stimato: 2'

Approfondimento a cura del Coordinamento tematico sulla pena di morte. Per restare aggiornato iscriviti alla newsletter. Per consultare i numeri precedenti clicca qui.

Il 10 ottobre attivisti e organizzazioni contro la pena di morte si mobilitano insieme per celebrare la Giornata mondiale contro la pena di morte.

Promossa dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte, di cui Amnesty International è membro fondatore, la Giornata mondiale è dedicata quest’anno al diritto a un’efficace rappresentanza legale. Si tratta di un diritto che si applica in tutte le fasi del procedimento penale, compreso quello delle indagini preliminari, prima e durante il processo e gli appelli. E che per i processi capitali diventa ancor più decisivo.

La Giornata mondiale nel corso degli anni è diventata un punto di riferimento per la campagna globale contro la pena di morte e molte iniziative si organizzano anche nelle settimane successive, fino al 30 novembre giorno dedicato alla “Cities for Life“, quando città di ogni parte del mondo illuminano edifici simbolici per celebrare la prima abolizione della pena di morte da parte del Granducato di Toscana, nel 1786.

Collegate alla Giornata mondiale, Amnesty Italia ha selezionato alcune azioni che, in questa prima fase, riguardano due casi riguardanti Bahrein e Nigeria.

Il tema della giornata mondiale

L’appello per Yahaya

L’appello per Mohamed e Hussain

cifre

I dati sulla pena di morte nel 2020

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

Condanne a morte eseguite al 7 ottobre 2020*

*questa lista contiene soltanto i dati sulle esecuzioni di cui Amnesty International è riuscita ad avere notizia certa. In alcuni paesi asiatici e mediorientali il totale potrebbe essere molto più elevato.

Dal 2009, Amnesty International ha deciso di non pubblicare la stima delle condanne a morte e delle esecuzioni in Cina, dove questi dati sono classificati come segreto di stato. Ogni anno, viene rinnovata la sfida alle autorità cinesi di rendere disponibili queste informazioni che si ritiene essere nell’ordine di migliaia, sia di esecuzioni che di condanne a morte.

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Altre notizie

Iran – Mahtab Shafii, 32 anni, è stata impiccata nella prigione di Gohardasht (conosciuta col nome di Rajaiishahr) a Karaj lo scorso 23 settembre. Sono almeno 108 le donne messe a morte da quando il presidente Hassan Rouhani è entrato in carica nel 2013. La donna, che era reclusa da sette anni nel penitenziario di Qarchak, era stata condannata con l’accusa di omicidio. Secondo le testimonianze raccolte dal prigioniero politico Golrokh Ebrahimi Iraee, molte delle donne iraniane uccidono il il marito per reazione o in base a un piano premeditato, dopo aver subito anni di umiliazioni, insulti, maltrattamenti e torture. E sono convinte che se uno dei loro disperati appelli per il divorzio fosse stato accolto, non sarebbero giunte a commettere il crimine per il quale sono messe a morte. Secondo i dati forniti dal Comitato delle donne del Consiglio nazionale della resistenza iraniana nel 2019 il regime ha impiccato sedici donne, di cui sei messe a morte nel solo mese di dicembre. (fonte: Iran News Update)

Pakistan – Sawan Masih, un pachistano di religione cristiana di Lahore, è stato assolto il 7 ottobre dal “reato” di blasfemia per il quale nel 2014 era stato condannato a morte. All’origine della condanna era stata una conversazione privata con un amico musulmano, rivelatosi poi non esattamente tale, durante la quale Masih aveva, secondo il tribunale di primo grado, “offeso il profeta Maometto“. Come succede frequentemente, anche in questo caso la legge sulla blasfemia era stata usata per scopi privati: acquisire terreni, facendo letteralmente terra bruciata, in un quartiere cristiano della seconda città del Pakistan. Non appena l’amico di Masih aveva reso nota la sua denuncia, una folla di 3.000 facinorosi aveva preso d’assalto la zona dando fuoco a 100 abitazioni e costringendo la comunità cristiana alla fuga.

Usa – Lezmond Mitchell, 38 anni, della tribù dei Navajo, condannato per duplice omicidio, è stato messo a morte tramite iniezione letale il 26 agosto. Nelle settimane precedenti l’esecuzione, i leader dei Navajo avevano implorato il Presidente Trump di commutare la condanna a morte in prigione a vita. Persino Marlene Slim, parente delle vittime, si era pronunciata contro la pena di morte. Ma l’esecuzione è avvenuta nonostante il Federal Death Penalty Act del 1994 permettesse alle tribù di scegliere o meno l’opzione della pena di morte. I Navajo l’avevano rifiutata, ma l’esecuzione è avvenuta perché il crimine rientrava tra i reati federali. È stata così completamente soppiantata la sovranità del popolo Navajo, per la prima volta nella storia recente. (fonte: New York Times)

Vaticano – Con la nuova enciclica “Fratelli tutti“, Papa Francesco chiude le porte alla pena di morte. È “inammissibile e i cattolici dovrebbero lavorare per la sua abolizione nel mondo“. Il Papa fonda la sua opposizione alla pena capitale non solo sulla misericordia, ma anche contro la vendetta: “la paura e il risentimento possono facilmente portare a considerare la punizione in modo vendicativo e persino crudele, piuttosto che come parte di un processo di guarigione e reintegrazione nella società“. Nel 1995 già Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Evangelium vitae” aveva inasprito le restrizioni sulla pena di morte, chiedendone poi l’abolizione quattro anni dopo, chiesta anche anche da Papa Benedetto XVI nel 2011. (fonte America Media)

Brevi dal mondo

6 settembre – Tre membri di una cellula terroristica sono stati condannati alla pena di morte per la loro partecipazione a diversi attacchi in tutta l’Arabia Saudita. Nel verdetto si legge che i membri della cellula terroristica hanno fornito il loro sostegno allo Stato islamico e avevano pianificato di assassinare membri delle forze di sicurezza del Regno e attaccare il quartier generale della sicurezza a Gedda.

8 settembre –  Un tribunale di Lahore ha condannato a morte Asif Pervaiz per aver inviato dei messaggi dal “contenuto blasfemo” sul telefono di un suo ex supervisore al lavoro che lo ha denunciato. Pervaiz “ha negato le accuse e ha detto che quest’uomo (l’ex supervisore, ndr) stava cercando di convincerlo a convertirsi all’Islam“, ha spiegato il suo legale. L’uomo che ha sporto denuncia ha negato di voler convertire Parvaiz.

22 settembre – William Emmett LeCroy, 50 anni, bianco, è stato messo a morte nel penitenziario federale di Terre Haute. Era accusato di aver violentato e ucciso, nell’ottobre 2001, in Georgia, Joan Lee Tiesler, 30 anni. Per lui, è stato applicato il reato federale di “carjacking resulting in death“, vale a dire aver portato una persona rapita a bordo di un’auto che ha percorso strade federali, rapimento culminato con la morte dell’ostaggio.

24 settembre – Christopher Andre Vialva, 40 anni, nero, è stato messo a morte nel penitenziario federale di Terre Haute. Era stato condannato nel 2000 per il rapimento, la rapina e l’omicidio di una coppia dell’Iowa che era in visita in Texas da una corte federale perché gli omicidi erano avvenuti su terreni di pertinenza della base militare di Fort Hood.

29 settembre – La 5° Sezione del Tribunale Penale di Teheran ha condannato a morte Arman Abdolali per un omicidio che avrebbe commesso quando aveva meno di 18 anni. Il corpo della vittima non sarebbe mai stato ritrovato. Lo riporta Iran Human Rights. Arman durante gli interrogatori avrebbe confessato l’omicidio, ma poi in tribunale ha ritrattato la confessione. La sentenza arriva dopo che lo scorso 1° gennaio Arman era ormai davanti al patibolo quando è stato improvvisamente riportato in cella per effetto della sospensione della condanna.

Buone notizie

Usa – Il 4 settembre 2020 Curtis Flowers, afroamericano, condannato a morte per un quadruplice omicidio, è stato formalmente ‘esonerato’ dal braccio della morte. L’ufficio del procuratore generale del Mississippi ha ritirato tutte le accuse contro Flowers e un giudice della contea di Montgomery ha archiviato il suo caso. Flowers è il 171° condannato a morte ‘esonerato’ negli Stati Uniti dal 1973. Flowers era stato giudicato colpevole da una giuria composta da soli bianchi dell’omicidio di quattro impiegati bianchi di un negozio d’arredamento di Winona. Durante i quasi 23 anni trascorsi dal primo processo, la condanna a morte di Flowers era stata annullata cinque volte (sempre per motivi di discriminazione razziale) e altrettante volte era stata ripristinata, da giurie i cui membri afroamericani erano sempre stati in minoranza. Alla fine, il 21 giugno 2019, è intervenuta la Corte Suprema Federale degli Usa ad annullare definitivamente la sentenza, “per via della incessante e determinata ostinazione della pubblica accusa a escludere giurati afroamericani“.

Usa – Il 27 agosto 2020 un tribunale dello stato della Florida ha ordinato il rilascio di Robert DuBoise, condannato alla pena capitale per stupro e omicidio 37 anni prima, dopo che nuovi test del Dna ne hanno dimostrato l’innocenza. A causa di dubbi sulla colpevolezza, la condanna era stata già commutata in ergastolo e poi in pena detentiva. DuBoise è il 171mo condannato a morte rilasciato negli Usa perché innocente.

Grazie Amnesty

Desidero che vi arrivi la mia profonda gratitudine!“. Queste le parole di Magai Matiop Ngong, detenuto del Sud Sudan, condannato a morte per un omicidio del tutto accidentale quando aveva appena 15 anni, rivolte ad Amnesty International per l’attivazione internazionale che ha portato alla commutazione della pena e alla scarcerazione dal braccio della morte il 29 luglio 2020. La Corte d’appello del Sud Sudan ha infatti deciso di annullare la sentenza capitale emessa nel 2017, rimandando il caso a un tribunale di grado inferiore per un nuovo processo che non potrà terminare con una nuova condanna a morte. A novembre 2019, nel corso della campagna annuale mondiale di invio di lettere “Write for Rights“, Amnesty International ha mobilitato oltre 765.000 persone per chiedere al presidente della repubblica Salva Kiir di annullare la condanna a morte di Magai.

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