Usa: appello per fermare le tre esecuzioni federali di gennaio

Usa: appello per fermare le tre esecuzioni federali di gennaio, il 12 tocca a Lisa Montgomery

5 Gennaio 2021

Tempo di lettura stimato: 2'

Approfondimento a cura del Coordinamento tematico sulla pena di morte. Per restare aggiornato iscriviti alla newsletter. Per consultare i numeri precedenti clicca qui.

Da quando, dopo 17 anni, sono riprese lo scorso luglio le esecuzioni federali negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha già messo a morte dieci persone. Tre esecuzioni sono previste in questo inizio anno. Se avranno luogo, l’amministrazione Trump avrà messo a morte 13 persone in sette mesi. Una cifra sbalorditiva e senza precedenti. La prima esecuzione prevista è quella di Lisa Montgomery: sono quasi 70 anni che una donna non viene messa a morte negli Usa, l’ultima nel 1953 fu Bonnie Heady nel Missouri. A nulla sono valsi i ricorsi dei legali: un tribunale aveva accolto la loro istanza di sospensione dopo che uno degli avvocati si era ammalato di Covid. E la nuova data del 12 gennaio fissata dal Dipartimento di Giustizia era stata contestata perchè fissata mentre era in vigore una sospensione dell’esecuzione. Ma il 2 gennaio, una Corte di Appello di Washington ha ribaltato la decisione sostenendo che l’ordine del direttore dei penitenziari è legittimo, dando via libera all’iniezione. Naufragano così le speranze della difesa di far slittare la data a dopo il 20 gennaio, quando cioè si insedierà il neo-Presidente Joe Biden, che ha più volte affermato la sua volontà di mettere fine alle esecuzioni federali. E dopo Montgomery, sarà la volta di Corey Johnson (il 14 gennaio) e Dustin Higgs (il 15 gennaio).

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I dati sulla pena di morte nel 2020

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

*questa lista contiene soltanto i dati sulle esecuzioni di cui Amnesty International è riuscita ad avere notizia certa. In alcuni paesi asiatici e mediorientali il totale potrebbe essere molto più elevato.

Dal 2009, Amnesty International ha deciso di non pubblicare la stima delle condanne a morte e delle esecuzioni in Cina, dove questi dati sono classificati come segreto di stato. Ogni anno, viene rinnovata la sfida alle autorità cinesi di rendere disponibili queste informazioni che si ritiene essere nell’ordine di migliaia, sia di esecuzioni che di condanne a morte.

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Altre notizie

Yemen – Tawfiq al-Mansouri, uno dei quattro giornalisti in carcere dal 2015 e condannato a morte lo scorso aprile a Sana’a, versa in gravi condizioni di salute ma le autorità huthi, che controllano parte dello Yemen, gli negano ogni cura medica. E’ l’allarme lanciato da Amnesty International che parla di “un atto di crudeltà che viola il divieto di tortura e altri maltrattamenti”. L’uomo soffre di malattie croniche tra cui diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci, infiammazione della prostata e asma. Le spaventose condizioni di detenzione hanno ovviamente peggiorato lo stato di salute. Ad aggravare la situazione, la notizia che a giugno Tawfiq al-Mansouri aveva contratto il Covid-19. Tawfiq al-Mansouri è stato condannato lo scorso aprile alla pena capitale, insieme ai suoi colleghi Akram al Walidi, Abdelkhaleq Amran e Hareth Hamid, da un tribunale controllato dagli huthi per “spionaggio per conto dell’Arabia Saudita”. Detenzione senza accuse né processo dal 2015 al 2020, processo iniquo, torture e maltrattamenti. Per Amnesty, le autorità dovrebbero “annullare immediatamente le condanne a morte, far cadere ogni capo d’imputazione infondato ancora oggetto d’esame e rilasciare immediatamente i quattro giornalisti”. E soprattutto, “al-Mansouri deve avere immediato accesso alle cure mediche di cui ha disperatamente bisogno, con medici di sua scelta”. (Fonte: Amnesty International, https://www.amnesty.it/yemen-cure-negate-giornalista-nel-braccio-della-morte/)

Iran – Hassan Rezaei, condannato alla pena capitale per un omicidio commesso quando aveva 16 anni, è stato messo a morte all’alba del 31 dicembre, nella prigione centrale di Rasht. Aveva 28 anni. Dopo l’arresto, le autorità lo hanno tenuto in isolamento prolungato, senza possibilità di parlare con la famiglia e l’avvocato, nonostante la giovane età. E’ stato ripetutamente torturato per ottenere una “confessione” che durante il processo l’uomo ha ritrattato. Ma ciò non è servito a evitargli la pena capitale. Nel 2020 l’Iran è stato l’unico stato al mondo ad aver eseguito condanne a morte di rei minorenni, in completa violazione delle norme internazionali. Secondo Iran Human Rights, dal 2010 in Iran sono stati messi a morte almeno 63 minorenni al momento del reato, quattro dei quali negli scorsi 12 mesi. Almeno 80 rei minorenni sono in attesa dell’esecuzione in varie prigioni del paese. (Fonte: Amnesty International, https://www.amnesty.org/en/documents/mde13/3478/2020/en/).

Usa – Lo scorso 10 dicembre Brandon Bernard è stato messo a morte nel penitenziario di Terre Haute, in Indiana. Si è trattato della nona esecuzione federale del 2020. «Mi dispiace. Sono le uniche parole che posso dire che catturano completamente come mi sento ora e come mi sono sentito quel giorno», ha detto Bernard rivolgendosi ai familiari della vittima, tre minuti per spiegare loro il suo stato d’animo, poi l’iniezione letale. Quarant’anni, Bernard ne aveva 18 quando, nel 1999, ha partecipato all’omicidio di Todd and Stacie Bagley. E’ il più giovane detenuto ad essere stato messo a morte in 70 anni. Tante le petizioni per salvargli la vita, tra tutte l’appello della star televisiva Kim Kardashian West. Il suo profilo Twitter ha seguito passo dopo passo le ultime drammatiche ore della vita di Bernard. “Potrei continuare all’infinito su che persona straordinaria fosse Brandon. So che ha lasciato questa terra sentendosi sostenuto, amato e in pace”, l’ultimo sconsolato suo tweet. (Fonte: BBC, https://www.bbc.com/news/world-us-canada-55261224)

Pakistan – Una nuova legge sulle violenze sessuali per rispondere all’indignazione pubblica per casi di grande rilevanza mediatica, prevede la creazione di tribunali speciali per processare i casi entro quattro mesi, in attesa dell’approvazione parlamentare. Le pene includeranno la morte e la castrazione. Per Rimmel Mohydin, responsabile delle campagne di Amnesty International sull’Asia meridionale, tali pene “non serviranno a rimediare a un sistema di giustizia penale imperfetto” e esorta le autorità a “concentrarsi sul lavoro cruciale di riforme che affronterebbero le cause profonde della violenza sessuale e potrebbero dare alle vittime la giustizia che meritano e la protezione di cui hanno bisogno”. In Pakistan almeno 14 uomini sono stati impiccati nel 2019, incluso uno che era stato condannato da un tribunale antiterrorismo, mentre oltre 1,200 sono state le condanne a morte, in aumento rispetto all’anno precedente a seguito dell’istituzione di corti supplementari per eliminare gli arretrati giudiziari. (Fonte: Amnesty Internationa, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/12/pakistan-cruel-and-inhuman-chemical-castration-punishment-will-not-fix-flawed-system/?fbclid=IwAR3svjPwSe52m78r94qXcqIpPjtNWyE9_7WQJM5rBsSqldM8THHHQrwSRU8)

Iran – Esecuzione n.110, tante sono le donne messe a morte in Iran da quando Hassan Rouhani è diventato presidente. Il drammatico conteggio è tenuto dal Women’s Committee of the National Council of Resistance of Iran, aggiornato recentemente a seguito dell’esecuzione di una donna nella prigione di Sepidar ad Ahvaz. Non identificata, lavorava come badante di una persona anziana morta per cause imprecisate: e lei è stata accusata di omicidio. Sarebbero più di 4,300 le persone messe a morte in Iran sotto Rouhani: 110 le donne. Ma il numero effettivo di esecuzioni, soprattutto nel caso di donne, potrebbe essere molto più alto, visto che il regime svolge nella massima segretezza gran parte delle esecuzioni. (Fonte: Women’s Committee of Iran NCRI, https://women.ncr-iran.org/2020/12/18/a-woman-executed-in-the-sepidar-prison-of-ahvaz/).

Brevi dal mondo

6 dicembre – Sakae Menda, il primo condannato a morte rilasciato nella storia moderna della pena di morte in Giappone, è deceduto il 5 dicembre all’età di 95 anni nella sua abitazione, nella prefettura di Fukuoka. Menda era stato scarcerato nel 1983, dopo aver trascorso nel braccio della morte quasi 34 anni. Era stato condannato all’impiccagione nel 1950, giudicato colpevole di un omicidio nel corso di una rapina al termine di un processo irregolare, in cui vennero ignorate le prove a sostegno del suo alibi e furono ammesse false testimonianze. Dopo la scarcerazione, ottenuta dopo ben sei richieste di un nuovo processo, Menda divenne testimone della campagna per l’abolizione della pena di morte delle organizzazioni per i diritti umani del Giappone.

11 dicembre – Il Tribunale distrettuale di Kagoshima, in Giappone, ha condannato a morte Tomohiro Iwakura, 42 anni, ritenuto colpevole dell’omicidio di cinque persone, commessi nel 2018 in una casa nella prefettura di Kagoshima. “I crimini sono stati degenerati e spaventosi. Non riesco a trovare alcun motivo per non emettere la pena di morte”, ha detto il giudice presidente Mitsuo Iwata. La difesa, che ha immediatamente presentato appello, aveva chiesto l’ergastolo sostenendo che Iwakura non potesse essere ritenuto responsabile delle sue azioni poiché affetto da disturbo delirante al momento degli omicidi. Secondo la sentenza, Iwakura ha strangolato a morte sua nonna Hisako, 89 anni, e suo padre, Masatomo, 68 anni, sbarazzandosi dei loro corpi in una zona montuosa vicina. Successivamente ha strangolato anche una delle sue zie, Takako Iwakura, sua sorella Kuniko Sakaguchi, e il vicino Hiroyuki Goto. Immediatamente dopo che la sentenza è stata emessa, Iwakura si è lanciato contro i pubblici ministeri ed è stato fermato dal personale carcerario. Il tribunale si è aggiornato con Iwakura che continuava a urlare e lottare.

13 dicembre – Il Tribunale di Chattogram, in Bangladesh, ha condannato a morte 10 persone e altre cinque all’ergastolo nel caso dell’omicidio di Amjad Hossain, ex Presidente del Consiglio dell’Unione di Satkania, avvenuto 22 anni fa. Amjad Hossain fu ucciso a colpi d’arma da fuoco il 3 ottobre 1999. Sua moglie, Syeda Raushan Akhter, presentò una denuncia di omicidio presso la stazione di polizia di Satkania il giorno successivo, nei confronti di 20 persone. Le indagini sono andate avanti per molti anni fino a che il 22 dicembre di 20 anni fa non venne presentato dalla polizia un documento di accusa. Nel frattempo, uno dei venti imputati è morto nel corso del processo, mentre altri nove sono latitanti.

15 dicembre – Takahiro Shiraishi, 30 anni, è stato condannato a morte in Giappone per aver ucciso – tra agosto e ottobre 2017 – nove persone, tra cui otto donne dopo averne abusato. Tutte giovani vittime per lo più con tendenze suicide, adescate attraverso Twitter dove l’assassino appariva con un nomignolo in giapponese equivalente a ‘Hangman’, il boia. Nell’emanare la sentenza il giudice Yano Naokuni ha definito i crimini commessi da Shirahishi “di una ferocia estrema”. A vuoto, il tentativo della difesa di dimostrare che Shiraishi fosse incapace di intendere e di volere all’atto della violenza. Lo stesso Shiraishi aveva anticipato il verdetto dichiarando che in caso di pena di morte non intendeva fare ricorso.

16 dicembre – Si ferma a 17 il numero di esecuzioni negli Stati Uniti, il più basso dal 1991 quando furono messi a morte 14 detenuti. I dati sono stati raccolti dal Centro di informazione sulla Pena di morte. Dieci esecuzioni sono state eseguite a livello federale ed è la prima volta che il governo degli Stati Uniti ha eseguito più condanne a morte rispetto agli Stati messi insieme. Secondo il centro, almeno 11 esecuzioni sono state interrotte o ritardate – tramite sospensioni, rinunce o riprogrammazioni – a causa di precauzioni legate al coronavirus. Nel rapporto si legge che dieci stati hanno abolito la pena di morte dal 2004, ventotto stati la autorizzano ancora, ma 12 di loro non eseguono condanne capitali da almeno un decennio.

22 dicembre – Miliziani di Al Shabaab nella regione del Lower Shabelle il 22 dicembre 2020 hanno fucilato in pubblico un uomo di 47 anni per omicidio. Sarebbe stato accusato dell’omicidio di un altro uomo identificato come Maalim Aweys Arbow. La condanna era stata emessa da un Tribunale della Sharia legato ad Al Shabaab, secondo i siti affiliati al gruppo islamista.

Buone notizie

Kazakistan – Il 1° gennaio 2020, con la firma da parte del presidente Tokaiev del Secondo Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Kazakistan è diventato ufficialmente uno stato abolizionista. Nella repubblica centroasiatica non avevano luogo esecuzioni dal 2003.

Tanzania – “La legge dice che dovrei impiccarli tutti. Ma chi sarebbe alla fine il peccatore maggiore? Chi ha ucciso una, due o tre persone o io che dovrei ucciderne 256?”. Con queste parole il 9 dicembre, Festa dell’Indipendenza, il Presidente della Tanzania John Magufuli ha commutato in ergastolo 256 condanne a morte. Ora le organizzazioni locali e internazionali contrarie alla pena capitale chiedono a Magufuli il passo successivo: abolirla. Del resto, in Tanzania non si eseguono condanne a morte da quasi 30 anni. L’ultima esecuzione ebbe luogo nel 1994, approvata dall’allora presidente Ali Hassan Mwinyi.

Usa – Il 1° dicembre 2020 la Corte d’appello del Texas ha commutato in ergastolo la condanna a morte di Geronimo Gutierrez, a causa della sua disabilità intellettiva. Si è trattato del nono condannato a morte che ha ottenuto la commutazione della pena dalla sentenza Moore v. Texas con cui nel 2017 la Corte suprema federale aveva giudicato incostituzionale e priva di valore scientifico la definizione che lo stato aveva dato del disordine mentale.

Usa – Il 18 dicembre 2020 la Corte suprema del Texas ha posto fine a una lunga battaglia legale, dando finalmente ragione ad Alfred Dewayne Brown che otterrà un risarcimento di due milioni di dollari per i nove anni trascorsi ingiustamente nel braccio della morte.

Grazie Amnesty

Desidero che vi arrivi la mia profonda gratitudine!“. Queste le parole di Magai Matiop Ngong, detenuto del Sud Sudan, condannato a morte per un omicidio del tutto accidentale quando aveva appena 15 anni, rivolte ad Amnesty International per l’attivazione internazionale che ha portato alla commutazione della pena e alla scarcerazione dal braccio della morte il 29 luglio 2020. La Corte d’appello del Sud Sudan ha infatti deciso di annullare la sentenza capitale emessa nel 2017, rimandando il caso a un tribunale di grado inferiore per un nuovo processo che non potrà terminare con una nuova condanna a morte. A novembre 2019, nel corso della campagna annuale mondiale di invio di lettere “Write for Rights“, Amnesty International ha mobilitato oltre 765.000 persone per chiedere al presidente della repubblica Salva Kiir di annullare la condanna a morte di Magai.

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