Liberiamo le attiviste e gli attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita

L’inganno delle “politiche riformiste” in Arabia Saudita

3 Giugno 2019

Tempo di lettura stimato: 5'

Il 24 giugno 2018 è stato un momento storico per i diritti delle donne in Arabia Saudita: il controverso divieto di guida per le donne è stato abolito.

Tuttavia, poche settimane prima, molte delle difensore dei diritti umani che si erano battute per il diritto alla guida, fra cui Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono state arrestate.

Il prezzo pagato dalle attiviste per questa vittoria è stato molto alto: le autorità saudite hanno scelto di mettere a tacere proprio le voci di quelle donne che si erano coraggiosamente levate a favore dei diritti umani.

Tre donne – Iman al-NafjanAziza al-Yousef e Ruqayyaa al-Mhareb – sono state rilasciate provvisoriamente il 28 marzo. Ma le altre risultano ancora detenute.

Torture e abusi

Ci sono state segnalati torture e violenze inflitti a queste donne durante la detenzione.

Secondo le testimonianze, dieci difensori dei diritti umani sono stati torturati e hanno subito abusi sessuali. Sono stati inoltre sottoposti ad altre forme di maltrattamento durante i loro primi tre mesi di detenzione, in un centro di detenzione informale in un luogo sconosciuto.

A novembre 2018, abbiamo appreso che un numero imprecisato di donne era stato ripetutamente torturato con scosse elettriche e fustigazione, con pesanti coseguenze sulla capacità di camminare o di stare in piedi correttamente.

A gennaio di quest’anno, nuove segnalazioni hanno rivelato che durante un interrogotorio a una donna è stato detto che i suoi familiari erano morti, una menzogna a cui ha dovuto credere per un intero mese.

Altre due donne sono state costrette a baciarsi mentre gli inquisitori guardavano.

Tutto ciò è assolutamente disgustoso e deve essere fermato immediatamente.

Il prezzo che si paga per essere femministe in Arabia Saudita

Il 19 maggio le autorità saudite e la stampa governativa hanno lanciato una campagna diffamatoria a mezzo stampa per screditare come “traditori” e “traditrici” cinque attiviste per la difesa dei diritti delle donne, accusate di aver formato una “cellula” allo scopo di minacciare la sicurezza dello stato mediante “contatti con entità straniere destinati a compromettere la stabilità e il tessuto sociale” della monarchia saudita.

Queste pacifiche difensore dei diritti umani delle donne possono ora affrontare fino a 20 anni di carcere per la loro campagna contro il divieto di guida in Arabia Saudita.

Gli arresti di due delle attiviste donne più importanti sulla scena saudita – Samar Badawi, sorella del blogger incarcerato Raif Badawi, e Nassima al-Sada – mostrano che la repressione delle donne attiviste è tutt’altro che finita.

Entrambe sono state prese di mira, molestate e poste sotto il divieto di viaggiare per il loro attivismo per i diritti umani.

L’inganno del principe ereditario

L’attività di alcune di queste donne è stata determinante nella revoca del divieto – eppure il principe ereditario Mohammad bin Salman ha poi anche rivendicato l’abolizione del divieto come una delle sue “politiche riformiste visionarie”.

Di fatto nonostante i tentativi di passare come “riformatore” la repressione dei difensori dei diritti umani in Arabia Saudita è peggiorata dalla sua nomina, con diversi attivisti detenuti, processati e condannati a lunghe pene detentive.

La storia del movimento per il diritto di guidare

Negli anni Novanta circa 40 donne salirono a bordo delle loro automobili e percorsero alla guida una delle strade principali della capitale Riad. Vennero fermate dalla polizia e sospese dal lavoro.

Nel 2007 venne lanciata una campagna di lettere al defunto re Abdullah. L’anno successivo Wajeha al-Huwaider si filmò alla guida e pubblicò il filmato su YouTube l’8 marzo, Giornata internazionale delle donne.

Altre donne fecero lo stesso nel 2011: alcune vennero arrestate, una fu condannata a 10 anni, altre furono costrette a firmare un documento nel quale promettevano di desistere da ulteriori proteste.

Nell’ottobre 2013 la campagna riprese slancio. Il sito venne hackerato e alcune attiviste ricevettero minacce. Ciò nonostante, decine di donne pubblicarono in rete filmati e fotografie in cui erano riprese mentre guidavano. Seguirono numerosi arresti, molti dei quali per brevi periodi di tempo.

Dopo l’annuncio, nel settembre 2017, della fine del divieto a partire dal 24 giugno 2018, molte protagoniste della campagna hanno ricevuto telefonate in cui venivano ammonite a non commentare pubblicamente la novità.