Africa sub-sahariana - Amnesty International Italia

Rapporto 2019-2020

Africa sub-sahariana

In tutta l’Africa Subsahariana, le persone hanno difeso i propri diritti sfidando proiettili e pestaggi, conflitti e repressione di stato.

L’organizzazione ha messo in evidenza il coraggio e l’audacia di chi è sceso in strada per chiedere un cambiamento ma ha anche denunciato la risposta dei governi, che continuano a violare i diritti umani in tutta la regione. Il rapporto esamina i maggiori progressi compiuti dallo scorso anno, tra i quali la deposizione del presidente sudanese Omar al-Bashir, la risposta del governo dello Zimbabwe alle proteste di massa e i crescenti attacchi sui civili in Mozambico e Mali.

Nel 2019 abbiamo visto l’incredibile forza del popolo nelle proteste di massa nell’Africa Subsahariana. Dal Sudan allo Zimbabwe, dalla Repubblica Democratica del Congo alla Guinea, le persone hanno affrontato repressioni brutali per difendere i propri diritti“, ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

In alcuni casi, queste proteste hanno portato a grandi cambiamenti: dopo il rovesciamento del leader sudanese Omar al-Bashir a lungo alla guida del paese, le nuove autorità hanno promesso riforme attente ai diritti umani; in seguito alle proteste, il governo dell’Etiopia ha presentato un corposo pacchetto di riforme attente ai diritti umani. Sfortunatamente, ulteriori necessari cambiamenti sono stati bloccati da governi repressivi che proseguono impuniti sulla strada delle violazioni“, ha aggiunto Deprose Muchena.

Conflitto e crisi

I civili sono colpiti da conflitti mortali e violente crisi. Nella regione sudanese del Darfur, le forze governative hanno continuato a commettere possibili crimini di guerra e altre gravi violazioni di diritti umani, tra cui uccisioni illegali, violenze sessuali, saccheggi sistematici e sfollamenti forzati.

Nella Repubblica Democratica del Congo, decine di gruppi armati locali e stranieri, insieme alle forze di sicurezza, hanno continuato a violare i diritti umani provocando la morte di 2000 civili e lo sfollamento forzato di almeno un milione di persone durante il 2019.

In Somalia, i civili hanno continuato a convivere con gli attacchi del gruppo armato di al-Shabaab, mentre le forze governative e quelle internazionali alleate non sono riuscite a prendere precauzioni sufficienti per non coinvolgere i civili nei loro attacchi contro al-Shabaab.

I gruppi armati hanno condotto attacchi diretti contro i civili in Camerun, nella Repubblica Centrafricana e in Burkina Faso, dove i governi non sono riusciti a proteggere i civili.

Un netto peggioramento della sicurezza si è registrato anche nel Mali centrale con l’uccisione diffusa di civili ad opera di gruppi armati e di autoproclamati “gruppi di auto-difesa”. In risposta, le forze di sicurezza maliane hanno commesso esecuzioni extragiudiziali e torture.

In Mozambico, gruppi armati hanno continuato a condurre attacchi contro la popolazione a Cabo Delgado e sono state diffuse informazioni secondo le quali le forze di sicurezza avrebbero commesso gravi violazioni dei diritti umani in risposta alla violenza.

In Etiopia, la risposta da parte delle forze di sicurezza agli scontri etnici tra le comunità è stata sproporzionata.

Nelle regioni anglofone del Camerun, i gruppi separatisti armati hanno continuato a commettere abusi come omicidi, mutilazioni e sequestri. Inoltre, sono state numerose le strutture sanitarie ad essere distrutte dai separatisti. Le forze militari hanno risposto con esecuzioni extragiudiziali e abitazioni date alle fiamme.

L’accesso alle cure mediche resta una grande preoccupazione per le persone in tutta la regione, in considerazione degli scarsi fondi destinati alla sanità che hanno portato a una carenza di posti letto e farmaci negli ospedali. I governi dei paesi dall’Angola allo Zimbabwe, dal Burundi al Camerun non sono riusciti a rispettare il diritto alla salute e i conflitti hanno peggiorato la situazione“, ha dichiarato Samira Daoud, direttrice di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.

Con l’incombente pandemia da Covid-19, non c’è tempo da perdere: dobbiamo affrontare le disuguaglianze e le violazioni dei diritti umani che rendono la sanità inaccessibile a così tante persone“, ha proseguito Samira Daoud.

Violenta repressione di stato

In tutta la regione, i difensori dei diritti umani sono stati perseguitati e hanno subito aggressioni per aver preso posizione e aver preso la parola contro i governi. Burundi, Malawi, Mozambico, Swaziland, Zambia e Guinea Equatoriale hanno tutti assistito a un giro di vite sull’attivismo.

Ad esempio, in Malawi gli attivisti che hanno organizzato e guidato dimostrazioni contro presunti brogli elettorali nelle elezioni di maggio sono stati attaccati e hanno subito intimidazioni da parte di squadre giovanili del partito al potere e sono stati oggetto di un’azione legale da parte delle autorità. Il voto è stato successivamente annullato dal tribunale e il paese si prepara a una nuova tornata elettorale nei prossimi mesi di quest’anno.

In Zimbabwe, almeno 22 tra difensori dei diritti umani, attivisti e rappresentanti della società civile e dell’opposizione sono stati incriminati per il loro presunto ruolo nell’organizzazione di proteste contro l’aumento dei prezzi del carburante nel gennaio 2019. Le forze di sicurezza hanno scatenato un violento giro di vite che ha causato la morte di almeno 15 persone e il ferimento di altre decine.

In Guinea, dove le autorità hanno vietato oltre 20 dimostrazioni sulla scorta di motivazioni vaghe e oltremodo generiche, le forze di sicurezza hanno continuato ad alimentare la violenza durante le manifestazioni e lo scorso anno sono rimaste uccise almeno 17 persone.

In 17 paesi nella regione dell’Africa subsahariana, alcuni giornalisti sono stati arbitrariamente arrestati e fermati nel 2019. In Nigeria ad esempio, sono stati registrati 19 casi di aggressione, arresto arbitrario e fermo di giornalisti, molti dei quali hanno dovuto affrontare accuse costruite.

In Burundi, le autorità hanno continuato a reprimere l’attività dei difensori dei diritti umani e delle organizzazioni della società civile, rendendole anche oggetto di procedimenti penali e passibili di lunghi periodi di detenzione.

Continue violazioni dei diritti umani hanno costretto centinaia di migliaia di persone nella regione ad abbandonare le proprie abitazioni in cerca di protezione. Gli sfollati interni sono stati 600.000 nella Repubblica Centrafricana, oltre 222.000 in Ciad e oltre mezzo milione in Burkina Faso.

In Sudafrica, è proseguita una terribile sistematica violenza xenofobica nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, in parte dovuta ad anni di impunità per passati attacchi e ai fallimenti della giustizia penale. Dodici persone, tra sudafricani e stranieri, sono morte in seguito alla violenza esplosa tra agosto e settembre.

Nonostante il quadro nero, lo scorso anno sono anche state registrate alcune importanti vittorie relative diritti umani.

Proteste di massa in Sudan hanno messo fine al regime repressivo di Omar al-Bashir ad aprile del 2019 e le nuove autorità hanno promesso ampie riforme per migliorare il godimento dei diritti umani; il governo etiope ha revocato la normativa della società civile che aveva limitato il diritto di libertà di associazione ed espressione e presentato una nuova legge al parlamento in sostituzione della draconiana legislazione anti-terrorismo. Nella Repubblica Democratica del Congo, le autorità hanno annunciato il rilascio di 700 detenuti, tra i quali molti prigionieri di coscienza.

Sono state molte le vittorie relative a singoli individui. In Mauritania, il blogger e prigioniero di coscienza Mohamed Mkhaïtir è stato rilasciato dopo oltre cinque anni trascorsi in detenzione arbitraria.

Sebbene l’impunità per molte violazioni dei diritti umani sia proseguita, nel corso dell’anno sono stati registrati piccoli progressi.

Il Comando delle forze armate Usa per l’Africa (Africom) nell’aprile del 2019 ha ammesso per la prima volta di aver ucciso dei civili nei suoi attacchi aerei diretti contro al-Shabaab, aprendo la strada alla riparazione per le vittime.

Sono stati anche fatti dei progressi nei tribunali ordinari della Repubblica Centrafricana che hanno esaminato alcuni casi di violazioni da parte di gruppi armati. La Corte penale speciale ha ricevuto 27 ricorsi e lo scorso anno ha dato avvio alle indagini.

Nel 2019 attivisti e giovani hanno contestato il sistema. Nel 2020, i leader devono ascoltare le loro richieste e lavorare per riforme assolutamente necessarie che rispettino i diritti di ciascuno“, ha concluso Samira Daoud.

Continua a leggere