Burundi: le opposizioni costrette al silenzio e alla fuga - Amnesty International Italia

Burundi: le opposizioni costrette al silenzio e alla fuga

29 settembre 2017

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Gli oppositori al governo di Bujumbura rischiano torture e uccisione. A confermare il clima di repressione delle opposizioni, il lavoro di ricerca presentato in una nota ufficiale e condotto in due missioni successive, tra il 2016 e il 2017, dai nostri ricercatori. Intervistati 129 rifugiati fuggiti dal Burundi sia in Uganda sia in Tanzania.

Il clima di paura si è largamente diffuso in Burundi da quando, nell’aprile 2015, il presidente Nkurunziza ha deciso di candidarsi per il terzo mandato.

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Burundi, il governo chiede il rientro dei rifugiati

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), oltre 400.000 persone si sono rifugiate all’estero e altre 200.000 hanno dovuto trasferirsi altrove all’interno del paese, la cui popolazione è di poco superiore ai 10 milioni.

I rifugiati sono ospitati principalmente in Tanzania, Uganda, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo. Dei fondi richiesti per il programma dell’Unhcr di risposta alla crisi dei rifugiati del Burundi, nel 2017 è arrivato solo il 6 per cento.

Il governo di Bujumbura è sempre più pressante nel pretendere il ritorno dei rifugiati. Nel corso di una visita in Tanzania – la prima all’estero dal fallito colpo di stato di due anni fa – il presidente Pierre Nkurunziza ha chiesto agli oltre 240.000 rifugiati accolti in quel paese di rientrare in patria, ricevendo l’approvazione del presidente tanzaniano John Magufuli. Analoghi messaggi sono stati portati da funzionari del Burundi nei campi per rifugiati dell’Uganda.

Tuttavia, le forze di sicurezza e gli Imbonerakure, l’ala giovanile e sempre più militarizzata del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia (Cndd-Fdd), il partito al potere, continuano a torturare e a uccidere chi è sospettato di parteggiare per l’opposizione.

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Burundi, le testimonianze degli oppositori in fuga

Nel corso di due visite in Tanzania nel giugno 2016 e in Uganda nel luglio 2017, i ricercatori di Amnesty International hanno intervistato 129 rifugiati del Burundi, alcuni dei quali appena arrivati, sui motivi della loro fuga e del timore di ritornare.

La vasta maggioranza di loro ha parlato dell’insicurezza e della repressione portata avanti da Imbonerakure, forze di polizia, servizi di sicurezza ed esercito, riferendo di uccisioni, pestaggi, minacce di violenza sessuale, torture in carcere ed estorsione di denaro.

Appartenere a un partito di opposizione o essere associati ai suoi esponenti, rifiutare di aderire al partito al potere o anche solo cercare di lasciare il paese sono motivi sufficienti per essere visti con sospetto e rischiare l’arresto, se non peggio – ha dichiarato Rachel Nicholson, ricercatrice di Amnesty International sul Burundi -. In queste circostanze, è fondamentale che Tanzania e Uganda continuino a rappresentare un rifugio sicuro per i rifugiati del Burundi, come previsto dal diritto internazionale”, ha aggiunto Nicholson.


Burundi: le nostre richieste al governo

Dev’essere chiaro: il Burundi non è ancora tornato alla normalità e il tentativo del governo di negare le terribili violazioni dei diritti umani ancora in corso nel paese non dev’essere preso sul serio“, ha concluso Nicholson –. Le autorità del Burundi vorrebbero che il mondo ignorasse le violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo nel paese. La comunità internazionale deve impedire che questo accada“.

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