Cos’è accaduto all’udienza preliminare del processo all’equipaggio della nave Iuventa

22 Dicembre 2022

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Il 19 dicembre eravamo a Trapani per prendere parte, in qualità di osservatori internazionali, all’udienza preliminare, durata quasi sei ore, del processo contro Dariush Beigui, ex membro dell’equipaggio della nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet.

Insieme ad altre tre persone, Beigui è accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare” e rischia fino a 20 anni di carcere, per aver tratto in salvo migliaia di persone intercettate e soccorse nel Mar Mediterraneo: più di 14.000 nello specifico, tra il 2016 e il 2017, fino a quando l’avvio delle indagini e il sequestro della nave hanno interrotto forzatamente le attività.

Le udienze sono iniziate il 21 maggio e sono state da subito caratterizzate da vizi procedurali, in particolare legati all’assenza di traduzioni adeguate a garantire il diritto degli imputati, di madrelingua tedesca, ad accedere a un processo equo e a una legittima difesa. Proprio per questo il 19 dicembre il giudice ha ordinato una perizia dei precedenti interrogatori, volta a determinare la qualità dell’interpretazione fornita: un passaggio decisamente importante.

Come importante, ma in una direzione che ci preoccupa, è un altro elemento di novità: nel corso dell’udienza il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio dei ministri hanno chiesto di essere ammessi come parte civile, con l’intenzione di sollecitare un risarcimento per i danni “economici e morali” sostenuti dallo stato italiano in conseguenza del processo.

Lo stesso stato cui il giudice ha ordinato, con sentenza del 7 dicembre, di “provvedere all’esecuzione di tutte le opere di manutenzione ordinaria e straordinaria necessarie a ripristinare e a mantenere la situazione della nave esistente al momento del sequestro”, indicando nell’esecutore materiale della sentenza il comandante della Capitaneria di porto di Trapani, dove la Iuventa giace in stato di abbandono da ormai cinque anni.

La posizione del governo purtroppo si pone in continuità con il clima ostile che da anni l’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno creato contro i difensori dei diritti umani impegnati in operazioni di ricerca e soccorso in mare, che si muovono – è bene ricordarlo – nel rispetto del diritto marittimo internazionale.

La criminalizzazione del lavoro delle organizzazioni della società civile impegnate in missioni di soccorso si inserisce in una politica che, mentre mira a dissuadere dal prestare assistenza umanitaria a rifugiati e migranti e a gettare discredito su chi porta avanti azioni di solidarietà, punta a ridurre il numero di persone che giungono in Europa attraverso misure di esternalizzazione che spesso hanno conseguenze gravi sulla tutela dei diritti umani: è il caso ad esempio del Memorandum Italia-Libia, rinnovato automaticamente lo scorso 2 novembre (qui il nostro approfondimento “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia”).

È in questo contesto che le navi delle Ong hanno svolto un ruolo fondamentale nel salvataggio di decine di migliaia di vite, mettendo contemporaneamente in luce i fallimenti e le mancanze delle istituzioni e degli stati membri dell’Unione europea e diventando proprio per questo bersaglio di misure amministrative e giudiziarie volte a bloccarne le attività piuttosto che a sostenerle.
           
Continueremo a stare al fianco di chi ha messo in gioco la propria vita per difendere i diritti. Continueremo a criticare l’uso erroneo delle accuse di favoreggiamento degli ingressi irregolari, che non riflette la definizione internazionale del reato di traffico di esseri umani ed è volto a criminalizzare le ong, come nel caso Iuventa.

Continueremo, infine, a chiedere alle istituzioni di garantire tempestive missioni di soccorso in mare seguite da un pronto sbarco di rifugiati e migranti in un luogo sicuro, sospendendo gli accordi con i paesi che non rispettano i diritti e tutelando, finalmente, il diritto a chiedere asilo, a spostarsi alla ricerca di migliori condizioni di vita, e alla tutela stessa della vita.

Qui il nostro approfondimento Italia – Una china pericolosa per i diritti umani: il caso Iuventa