Egitto: un anno dopo i 'test di verginità', la giustizia si fa ancora attendere - Amnesty International Italia

Egitto: un anno dopo i ‘test di verginità’, la giustizia si fa ancora attendere

8 marzo 2012

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Il verdetto atteso domenica 11 marzo nei confronti di un medico accusato di aver costretto una manifestante a subire un ‘test di verginità’ mostrerà, secondo Amnesty International, se i tribunali militari egiziani sono pronti a risarcire le donne che hanno subito violenza da parte dell’esercito.

Il 9 marzo 2011, almeno 18 donne che stavano manifestando in piazza Tahrir al Cairo vennero arrestate e portate in un carcere militare. Diciassette di loro vennero detenute per quattro giorni. Alcune di loro dichiararono ad Amnesty International di essere state picchiate, colpite con scariche elettriche e costrette a denudarsi, per poi subire un ‘test di verginità’ ed essere minacciate di un’incriminazione per il reato di prostituzione.

Prima di essere rilasciate, le donne vennero portate di fronte a una corte marziale e condannate a un anno di carcere con la condizionale per un serie di accuse pretestuose.

In seguito una di loro, la 25enne Samira Ibrahim, ha denunciato un medico militare. L’iniziale imputazione di stupro è stata fatta cadere e l’imputato deve ora rispondere di ‘pubblica indecenza’ e ‘disobbedienza a ordini militari’.

Il processo per i ‘test di verginità’ rappresenta una rara opportunità a disposizione dei militari egiziani per dimostrare che la tortura non resterà impunita e che anche gli appartenenti alle forze armate verranno chiamati a rispondere del loro operato‘.

Per Amnesty International, i militari egiziani devono rispettare in pieno la sentenza del tribunale amministrativo che, lo scorso dicembre, ha messo al bando i ‘test di verginità’ e devono garantire adeguata riparazione alle donne che li hanno subiti.

Nell’ultimo anno, la violenza contro le donne ha segnato lo svolgimento delle manifestazioni in Egitto.

Dopo l’inaccettabile episodio del marzo 2011, niente di meno che tortura, le forze di sicurezza e l’esercito egiziano hanno compiuto pestaggi, torture e maltrattamenti nei confronti delle manifestanti‘ – ha denunciato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Lo scorso dicembre, nel corso delle proteste di fronte alla sede del governo in cui vennero uccise almeno 17 persone, due manifestanti vennero aggredite dai militari, picchiate, gettate a terra, prese a calci e trascinate via.

Azza Hilal, 49 anni, intervenuta per difendere un’altra donna che era stata semi-denudata e picchiata, è stata colpita così violentemente alla testa, alle braccia e alla schiena da essere costretta a un ricovero di tre settimane. Soffre ancora le conseguenze del pestaggio: ha subito una frattura al cranio e ha ancora disturbi di memoria. Un mese fa, ha presentato una denuncia contro il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf).

Il 16 dicembre Ghada Kalam, 28 anni, esponente del movimento dei ‘Giovani del 6 aprile’, è stata picchiata e minacciata di stupro mentre stava prendendo parte a una manifestazione in piazza Tahrir. Dapprima i militari l’hanno circondata facendo gesti osceni e abbassando la chiusura lampo dei pantaloni, poi l’hanno picchiata alla testa mentre stava soccorrendo un’altra manifestante che aveva subito un pestaggio. È stata arrestata e trascinata verso il palazzo del parlamento. Una volta all’interno dell’edificio, ha continuato a essere picchiata e minacciata di stupro. Accanto a lei, altre sette donne venivano picchiate, soprattutto sulle parti intime.

Nonostante le scuse e le annunciate indagini da parte dello Scaf, sulla base delle informazioni in suo possesso Amnesty International ritiene che poco o nulla sia stato fatto per dare giustizia e riparazione alle numerose donne che hanno subito violenza da parte dell’esercito e della polizia.

Amnesty International ritiene che queste forme di maltrattamento e tortura siano attuate per sfruttare lo stigma associato alla violenza sessuale e di genere e siano usate per screditare, emarginare e dissuadere le donne dal prendere parte alla vita pubblica.

FINE DEL COMUNICATO                                       Roma, 9 marzo 2012

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