'Grazie, Dio. Grazie, Italia': Alì, 15 anni, salvato dalla Guardia di finanza - Amnesty International Italia

‘Grazie, Dio. Grazie, Italia’: Alì, 15 anni, salvato dalla Guardia di finanza

4 maggio 2015

Tempo di lettura stimato: 6'

La settimana scorsa una delegazione di Amnesty International ha visitato diversi centri della Sicilia, tra cui Catania, Augusta e Lampedusa, raccogliendo le agghiaccianti testimonianze dei sopravvissuti agli ultimi naufragi nel Mediterraneo.

Le parole di Alì

Mi chiamo Alì, ho 15 anni, vengo dalla Somalia.

Quando avevo nove anni, sono stato separato dalla mia famiglia e mi hanno mandato a Mogadiscio, la capitale del mio paese. Ho trovato ospitalità presso amici che vivevano nel quartiere di Yaaqshiid. Lì ho imparato l’inglese e ho iniziato a lavorare come lustrascarpe per i soldati.

Tre mesi fa, ho lasciato la Somalia. Ci sono tanti problemi nel mio paese: la guerra, la siccità, la fame.
Volevo una vita migliore, volevo andare in Norvegia.

Viaggiavo con un mio amico. Suo padre aveva pagato il viaggio a entrambi, lungo il deserto fino alla Libia. Un viaggio lungo e faticoso, a bordo di un fuoristrada, attraverso Etiopia e Sudan.

Il mio amico non ce l’ha fatta. I trafficanti guidavano a tutta velocità nel deserto del Sahara e lui è caduto. Ci siamo fermati per vedere se si fosse fatto male, ma era morto. L’abbiamo sepolto nel deserto. Aveva 19 anni. Quando ho chiamato suo padre per dirglielo, è stata una conversazione molto dolorosa.

Tre mesi dopo la partenza dalla Somalia, siamo arrivati a Tripoli, in Libia. Siamo rimasti lì per una settimana, in una grande abitazione con molte altre persone. I trafficanti avevano messo i somali da una parte e gli eritrei dall’altra. I nostri rapitori erano molto cattivi, picchiavano i miei amici e avevano fucili e pistole.

Poi si è presentato uno che aveva un’imbarcazione e mi ha chiesto altri soldi per arrivare in Europa, 1900 dollari. Io non li avevo e non avevo parenti che potessero pagare quella somma. Gli altri nell’abitazione hanno fatto una colletta.Il tipo ci aveva ingannato, dicendo che aveva un motoscafo. Invece era un gommone gonfiabile.

Prima di partire, c’è stata un’altra disgrazia. All’interno dell’abitazione alcuni cucinavano con un fornello a gas e altri fumavano lì vicino. Una bombola di gas ha preso fuoco ed è esplosa, uccidendo 10 persone. Li abbiamo sepolti a Tripoli. L’esplosione ha ferito 22 persone, tutte eritree, alcune delle quali erano completamente ustionate. Ma i trafficanti li hanno costretti a salire sul gommone.

Siamo partiti da Tripoli alla mezzanotte del 16 aprile. Eravamo più di 70, compresi i feriti: 45 somali, 24 eritrei, due del Bangladesh e due del Ghana.

Alle 9 – 9.30 il gommone ha iniziato a perdere aria. Si sono precipitati a prua per cercare di chiudere il buco e abbiamo chiesto soccorso col telefono satellitare. Sono passate sei ore, le peggiori della mia vita. Pensavo che non sarei sopravvissuto. Le persone pregavano a voce alta, invocando la clemenza di Dio.

Alle 3 di pomeriggio abbiamo visto l’imbarcazione di colore grigio della Guardia di finanza. Mi sentivo rinato.

I miei amici sulla barca stavano bene, ma il viaggio aveva peggiorato le condizioni degli eritrei feriti. Una donna è morta per le ustioni, mentre eravamo a bordo. A un’altra hanno tolto il bambino di due anni, per dargli le prime cure. Ora abbiamo un riparo, abbiamo cibo. Ringraziamo Dio per averci salvato. Ringraziamo l’Italia.

Dalla Somalia continuano a partire in tanti, perché non c’è pace e non c’è lavoro. E in tanti muoiono in mare.
Qui a Lampedusa ho visto una scritta che mi piace. Dice che i governi dovrebbero proteggere le vite umane prima delle frontiere.
Voglio dirlo io stesso ai governi.

Amnesty International ha verificato che la mamma e il bambino di due anni sono stati curati e riuniti una volta in Sicilia.

L’appello

Amnesty International chiede all’Europa di proteggere le vite e i diritti lungo i suoi confini. In particolare, di rafforzare le operazioni di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo e nel mare Egeo, fornire percorsi più sicuri e legali per raggiungere l’Europa a chi fugge da conflitti e persecuzioni, garantire l’accesso alla protezione internazionale sia garantito a chi raggiunge le frontiere dell’Unione europea e fermare la cooperazione sui flussi migratori con i paesi che violano i diritti umani.

Rapporto ‘L’Europa affonda nella vergogna’

Il 22 aprile, Amnesty International ha pubblicato un documento intitolato ‘L’Europa affonda nella vergogna. Il mancato soccorso di rifugiati e migranti in mare‘, con cui chiede ai governi europei di adottare misure immediate ed efficaci per porre fine alla catastrofe in corso nel Mediterraneo, in cui sono morti migliaia di migranti e rifugiati.

Il vertice europeo: un’operazione per salvare la faccia, non le vite umane

Nonostante l’impegno assunto il 23 aprile dall’Unione europea e dai suoi stati membri a dotare di maggiori mezzi e risorse finanziarie l’operazione Triton, restano preoccupazioni sulla sua area di competenza. Fino a quando Triton non coprirà l’area della precedente operazione italiana Mare nostrum, che si estendeva fino alle zone del Mediterraneo dove si verifica la maggior parte dei naufragi, ulteriori vite verranno perse in mare.