Iran: leader politici detenuti a rischio di tortura e di 'confessioni' forzate - Amnesty International Italia

Iran: leader politici detenuti a rischio di tortura e di ‘confessioni’ forzate

3 luglio 2009

Tempo di lettura stimato: 7'

(30 giugno 2009)

Amnesty International teme fortemente che i numerosi leader politici arrestati in seguito alle elezioni del 12 giugno possano subire torture ed essere costretti a rilasciare ‘confessioni’ televisive, preludio a processi iniqui nei quali potrebbero andare incontro alla pena di morte.

Se i nostri timori venissero confermati, ci troveremmo di fronte a un terribile espediente dei servizi di sicurezza per ridurre al silenzio i leader politici di alto profilo una volta per tutte e per inviare agli altri il chiaro messaggio che pagheranno atroci conseguenze se continueranno nelle proteste‘ – ha dichiarato Hassiba Haji Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

I leader politici più importanti, Mohsen Aminzadeh, Abdollah Ramazanadeh e Mostafa Tajzadeh, sono stati prelevati dalle loro case nelle prime ore del mattino del 16 giugno, in concomitanza con gli arresti di altri leader e sostenitori dell’opposizione. Secondo le notizie ricevute da Amnesty International, i tre sarebbero stati portati nella prigione di Evin a Teheran, dove i detenuti vengono di frequente torturati. Non è chiaro se ai tre detenuti sia stato permesso di contattare i familiari. In casi simili legati alla ‘sicurezza’, ai detenuti è sempre stato negato l’accesso a un avvocato per tutta la durata degli interrogatori, che possono protrarsi a tempo indeterminato.

Il 26 giugno l’ayatollah Ahmad Khatami, membro dell’Assemblea degli Esperti, nel corso della preghiera del venerdì all’Università di Teheran, ha chiesto alle autorità giudiziarie di punire ‘severamente e senza pietà’ coloro che erano coinvolti nelle manifestazioni. Ha affermato che ‘agitazioni, distruzioni, incendi di moschee e di autobus, distruzione di beni personali, insicurezza e terrore e minacce alle persone’ potrebbero essere considerati casi di moharebeh (comportamento ostile a Dio), che in quanto tali possono essere puniti con la pena di morte.

Queste parole hanno riecheggiato il monito del procuratore generale della provincia di Esfahan, Mohammad Reza Habibi, il quale il 17 giugno aveva affermato che i pochi elementi che sono dietro alle proteste post elettorali potrebbero andare incontro alla pena di morte.

Il 16 giugno, dopo l’arresto di Mohsen Aminzadeh, Abdollah Ramazanadeh, Mostafa Tajzadeh e di altre principali figure dell’opposizione, il ministro della Sicurezza, Gholam Hossein Mohseni Ejeie, avrebbe dichiarato all’agenzia di stampa ‘Fars’ che 26 ‘menti’, sospettate di essere dietro le proteste, erano state arrestate. Ad oggi, non è noto se i tre leader siano tra questi 26.

Queste dichiarazioni, incluse quelle rilasciate da autorità religiose, si aggiungono ai già preoccupanti segnali che le autorità si stanno preparando a eliminare ogni forma di opposizione politica pacifica, anche mediante processi nei confronti di questi leader politici sulla base di accuse inventate e vagamente formulate‘ – ha continuato Hassiba Haji Sahraoui. ‘Chiediamo alla Guida suprema di dare chiare istruzioni a tutto il governo e alla magistratura di non torturare chi si trova in loro custodia, garantire la sicurezza di tutti i detenuti, rivelare dove si trovano, permettere loro l’accesso alla famiglia, a un avvocato e alle cure mediche di cui necessitano‘.

Amnesty International considera i tre leader politici prigionieri di coscienza e ne chiede il rilascio immediato e incondizionato. In ogni caso, essi devono essere tempestivamente informati delle accuse e condotti davanti a un giudice per valutare la legalità e la necessità della loro detenzione.

Secondo le autorità iraniane, otto membri della milizia Basij, la forza paramilitare controllata dai Corpi delle guardie rivoluzionarie islamiche che è stata usata nella repressione dei manifestanti, sarebbero morti. Le autorità non hanno reso nota alcuna ulteriore informazione né hanno comunicato i nomi dei presunti colpevoli. Amnesty International teme che l’eventuale attribuzione di questi omicidi ai leader dell’opposizione arrestati prepari la strada a sentenze capitali e alla loro probabile esecuzione.

Le ‘confessioni’ televisive sono usate ripetutamente dalle autorità per incriminare gli attivisti politici in loro custodia. Molti successivamente ritrattano, dichiarando di essere stati obbligati a rilasciare quelle dichiarazioni, a volte sotto tortura o altri maltrattamenti.

Diverse persone arrestate nel corso delle manifestazioni successive al 12 giugno hanno dichiarato di essere state ‘influenzate’ da trasmissioni e radio straniere. Una donna, che ha ammesso di avere granate nella borsa, è apparsa su Press Tv il 25 giugno con il volto oscurato. Queste dichiarazioni rese alla televisione possono indicare che ci saranno a breve altre ‘confessioni’ televisive relative alle recenti manifestazioni.

Ulteriori informazioni

Mohsen Aminzadeh, Abdollah Ramazanadeh e Mostafa Tajzadeh hanno fatto parte del governo dell’ex presidente Mohammad Khatami e sono sostenitori di Mir Hossein Mousavi.

Secondo fonti governative, nelle recenti proteste sono state uccise almeno 21 persone. Il numero effettivo delle vittime potrebbe essere più alto, dal momento che le autorità iraniane sono solite sottostimare le uccisioni per mano delle forze di sicurezza durante le dimostrazioni.

L’accusa di moharebeh, prevista dagli articoli dal 183 al 195 del codice penale iraniano, può prevedere quattro tipo di punizioni: esecuzione capitale, amputazione incrociata degli arti, crocifissione ed esilio, sebbene si ricorra maggiormente alla pena di morte.

L’Assemblea degli Esperti è un organismo statale eletto composto da 86 religiosi con il potere di nominare, supervisionare e se necessario anche destituire la Guida suprema.

Per approfondire:

(19 giugno) Iran: il discorso di Khamenei legittima la brutalità della polizia
(15 giugno) Iran: la violenza contro i manifestanti segna il nuovo mandato presidenziale
(12 giugno) Elezioni presidenziali in Iran tra violazioni dei diritti umani e malcontento

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