“Le donne potranno guidare, ma occorrono molte altre riforme”

21 Giugno 2018

AFP/Getty Images

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Amnesty International sull’Arabia Saudita: “Le donne potranno guidare, ma occorrono molte altre riforme”. 

La decisione di consentire alle donne saudite di guidare è benvenuta ma dovrà essere seguita da molte altre riforme nel campo dei diritti delle donne: lo ha dichiarato Amnesty International alla vigilia del 24 giugno, quando il controverso divieto di guida verrà abolito.

Tuttavia, proprio le principali protagoniste della campagna contro il divieto di guida – come Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef – sono tra le otto persone finite in carcere nelle ultime settimane a causa del loro impegno in favore dei diritti umani. Alcune di loro sono agli arresti da oltre un mese e rischiano un processo di fronte al tribunale antiterrorismo e una pena detentiva fino a 20 anni.

Da anni, le attiviste per i diritti delle donne chiedono il diritto di poter guidare e la fine del sistema repressivo del tutore.

Sulla base di questo sistema, le ragazze e le donne subiscono una sistematica discriminazione, tanto per legge quanto per prassi. Non possono viaggiare, lavorare, accedere all’istruzione superiore o sposarsi senza il consenso di un tutore di sesso maschile. Coloro che sposano cittadini stranieri non possono trasmettere la loro nazionalità ai figli, a differenza di quanto accade agli uomini sauditi.

“L’abolizione del divieto di guida si deve alla determinazione e al coraggio mostrati dalle attiviste per i diritti umani sin dagli anni Novanta, raccolti da una nuova generazione di attiviste protagoniste della nuova fase della campagna iniziata nel 2011”, ha dichiarato Samah Hadid, direttrice delle campagne sul Medio Oriente di Amnesty International.

“Apprezziamo che finalmente le donne saudite possano essere al volante ma non dobbiamo dimenticare che in Arabia Saudita molte persone sono in carcere solo per aver difeso i diritti delle donne. Da questo punto di vista, l’abolizione del divieto di guida è un provvedimento lungamente dovuto ma dovrà essere seguito da riforme che pongano fine alla discriminazione nei confronti delle donne, che sono ancora oltraggiosamente trattate come cittadine di seconda classe”, ha aggiunto Hadid.

“Se il principe della corona Mohammad bin Salman intende accreditarsi come un sincero riformatore, deve liberare come prima cosa gli attivisti e le attiviste per i diritti delle donne e includere gli uni e le altre, insieme ad altri rappresentanti della società civile, nel processo di riforma, che in primo luogo deve comprendere l’abolizione del sistema del tutore”, ha sottolineato Hadid.

L’ultimo giro di vite nei confronti di coloro che difendono i diritti delle donne è iniziato proprio durante la campagna internazionale di pubbliche relazioni che intendeva presentare il principe della corona come un autentico riformatore.

Il 19 maggio le autorità saudite e la stampa governativa hanno lanciato una campagna diffamatoria a mezzo stampa per screditare come “traditori” e “traditrici” cinque persone impegnate nella difesa dei diritti delle donne, accusate di aver formato una “cellula” allo scopo di minacciare la sicurezza dello stato mediante “contatti con entità straniere destinati a compromettere la stabilità e il tessuto sociale” della monarchia saudita.

“La recente ondata repressiva ha avuto un effetto negativo sulla già drammatica situazione della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione. Gli attivisti ci hanno riferito di aver paura di parlare. La campagna diffamatoria è una cosa senza precedenti, a dimostrazione che sempre più chi ha un punto di vista critico nei confronti dell’agenda ‘riformista’ non viene pubblicamente tollerato”, ha commentato Hadid.

“La repressione nei confronti di coloro che difendono i diritti delle donne e l’agghiacciante campagna diffamatoria tuttora in corso sono il segno che il principe della corona bin Salman vuole impedire che vi sia una narrazione diversa rispetto alle riforme nel paese”, ha proseguito Hadid.

“Gli alleati dell’Arabia Saudita – soprattutto Usa, Regno Unito e Francia – non devono rimanere in silenzio di fronte alle gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e alla repressione dell’attivismo per i diritti umani in corso nella monarchia del Golfo. La comunità internazionale deve premere sull’Arabia Saudita affinché cessi la repressione contro gli attivisti e le attiviste per i diritti umani”, ha concluso Hadid.

Amnesty International ha intrapreso una campagna per chiedere il rilascio degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani arrestati di recente.

La storia del movimento per il diritto di guidare

Negli anni Novanta circa 40 donne salirono a bordo delle loro automobili e percorsero alla guida una delle strade principali della capitale Riad. Vennero fermate dalla polizia e sospese dal lavoro.
Nel 2007 venne lanciata una campagna di lettere al defunto re Abdullah. L’anno successivo Wajeha al-Huwaider filmò se stressa alla guida e pubblicò il filmato su YouTube l’8 marzo, Giornata internazionale delle donne. Altre donne fecero lo stesso nel 2011: alcune vennero arrestate, una fu condannata a 10 anni, altre furono costrette a firmare un documento nel quale promettevano di desistere da ulteriori proteste.

Nell’ottobre 2013 la campagna riprese slancio. Il sito venne hackerato e alcune attiviste ricevettero minacce. Ciò nonostante, decine di donne pubblicarono in rete filmati e fotografie in cui erano riprese mentre guidavano. Seguirono numerosi arresti, molti dei quali per brevi periodi di tempo.

Dopo l’annuncio, nel settembre 2017, della fine del divieto a partire dal 24 giugno 2018, molte protagoniste della campagna hanno ricevuto telefonate in cui venivano ammonite a non commentare pubblicamente la novità.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 21 giugno 2018
Clicca qui per firmare l’appello in favore delle attiviste per i diritti umani in Arabia Saudita.

Per interviste:
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