Prove di possibili crimini di guerra in Libia: necessarie indagini internazionali - Amnesty International Italia

Prove di possibili crimini di guerra in Libia: necessarie indagini internazionali

17 maggio 2019

Tempo di lettura stimato: 14'

Prove di possibili crimini di guerra in Libia: per Amnesty International necessarie indagini internazionali

A sei settimane dall’inizio dell’offensiva per la conquista di Tripoli Amnesty International ha mostrato prove di attacchi indiscriminati nelle aree civili della capitale libica e denunciato che gli attacchi illegali potrebbero equivalere a crimini di guerra che devono essere indagati dalla giustizia internazionale.

L’organizzazione ha raccolto testimonianze e analizzato immagini satellitari che indicano che zone residenziali densamente popolate nel distretto di Abu Salim di Tripoli sono state attaccate indiscriminatamente con missili durante una fase di intensi combattimenti tra il 15 e il 17 aprile.

Amnesty International ha anche documentato attacchi che hanno messo a rischio le vite di centinaia di rifugiati e migranti.

“Mentre la battaglia per Tripoli continua, le parti in guerra hanno mostrato un vergognoso disprezzo per la sicurezza dei civili e il diritto internazionale umanitario, portando avanti attacchi indiscriminati sui quartieri residenziali. Tali attacchi sconsiderati potrebbero avere conseguenze devastanti per i civili e rafforzare la necessità che la Corte penale internazionale estenda le sue indagini a possibili crimini di guerra commessi da parte di tutte le fazioni coinvolte nel conflitto libico”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International. 

“Attacchi deliberati su civili e proprietà civili e attacchi indiscriminati che uccidono o feriscono i civili costituiscono crimini di guerra. Tutte le parti hanno un obbligo assoluto ai sensi del diritto internazionale di proteggere le vite dei civili e di distinguere chiaramente tra civili e combattenti durante i loro attacchi”, ha aggiunto.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità da quando è iniziata l’avanzata su Tripoli delle forze del generale Khalifa Haftar il 4 aprile, oltre 454 persone sono state uccise e 2.154 ferite. L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite ha confermato 111 civili coinvolti, tra cui almeno 23 morti, con il timore che il numero possa continuare a salire. Tra i morti e i feriti ci sono anche operatori sanitari.

Circa 70.000 persone sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa dei combattimenti. Un volontario in un rifugio di fortuna che ospita gli sfollati in una scuola a Fornaj, a sud-est di Tripoli, ha detto che alcuni degli sfollati hanno visto distruggere una seconda volta le case che erano state ricostruite dopo il conflitto del 2011. La situazione umanitaria è inoltre resa difficile dalle frequenti interruzioni della corrente e dalla carenza di forniture mediche ospedaliere.


Attacchi indiscriminati in aree residenziali

Amnesty International ha indagato sugli attacchi condotti tra il 15 e il 17 aprile e ha identificato tre aree all’interno del distretto di Abu Salim di Tripoli – Hay al-Intissar, Hay Salaheddin e un quartiere noto come “edifici Kikla” –  colpite da armi imprecise lanciate da aggressori che non hanno preso le necessarie precauzioni per proteggere le vite civili e le proprietà civili.

Nella notte del 16 aprile, i residenti hanno riferito di alcuni attacchi missilistici a Hay al-Intissar. Un testimone oculare ha detto che cinque razzi hanno colpito cinque diverse case, uccidendo quattro donne e un uomo e ferendo una bambina. La bambina è stata portata in ospedale in condizioni critiche ma è riuscita a sopravvivere.

L’analisi di Amnesty International condotta sulle immagini satellitari di Abu Salim riprese tra il 13 e il 17 aprile conferma il danno inflitto a due zone densamente popolate di Abu Salim, nonché danni nella vicina area residenziale di Hay Salaheddin.

Basandosi sulle immagini satellitari, resoconti di testimoni oculari e di altre fonti attendibili, Amnesty International non è riuscita a vedere basi militari o posti di blocco nelle vicinanze e non ha trovato prove evidenti che dimostrino la presenza di obiettivi militari nelle aree residenziali colpite al momento degli attacchi.

L’area è controllata dalle Forze di sicurezza centrali di Abu Salim, una milizia affiliata al Governo di accordo nazionale (Gan) con sede a Tripoli. Ma testimoni oculari hanno detto che nessun combattente era presente nell’area.

“Hay al-Intissar è un’area strettamente residenziale. C’erano famiglie e bambini che stavano conducendo le loro attività quotidiane”, ha detto un testimone spiegando che tutti i combattenti affiliati al Gan avevano lasciato l’area per raggiungere il fronte.

Un grande complesso residenziale a sud di Hay Salahaddin, gli “edifici Kikla”, a circa due chilometri da Hay al-Intissar, è stato attaccato il 15 aprile.

Secondo i testimoni oculari, un razzo ha colpito una società di costruzioni adiacente al complesso. Un altro razzo ha colpito un appartamento al terzo piano in uno degli edifici residenziali, ferendo almeno due persone.

  Amnesty International ha verificato e analizzato in modo indipendente diverse foto della scena dell’attacco e ha identificato il danneggiamento causato da frammenti di ordigni in una casa civile e rottami compatibili con un attacco con razzi d’artiglieria, compresi razzi tipo Grad da 122mm. Un terzo razzo ha colpito il suolo, in base a quanto raccontato da testimoni oculari, e non ha causato feriti.

Sulla base della sua analisi delle immagini satellitari e di tre interviste con i residenti, Amnesty International non ha trovato prove evidenti del fatto che ci fosse un qualsiasi obiettivo militare presente negli “Edifici Kikla” al momento di questi attacchi.

Amnesty International non è stata in grado di determinare con certezza quale parte abbia effettuato gli attacchi su Hay al-Intissar, Hay Salahaddin o sugli “edifici Kikla”.

Inoltre, Amnesty International ha verificato e geo-localizzato video e foto pubblicati sui social media che mostrano danni alle case civili e altri oggetti civili come una moschea, ambulanze e strutture scolastiche.

Sia le forze del Gan che l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) guidato dal Generale Haftar si sono addossati le responsabilità per gli attacchi indiscriminati ai quartieri residenziali nel sud di Tripoli il 16 aprile. Tuttavia, tutti i residenti di Abu Salim intervistati ritenevano che le forze affiliate all’Enl fossero responsabili.

Le foto esaminate da Amnesty International confermano che sia l’arsenale dell’Enl sia quello del Gan includono razzi 107mm e lanciatori Grad. Due immagini pubblicate sui social media mostrano un combattente dell’Enl in posa davanti ai lanciatori BM-21 Grad.

Sia i razzi da 107 mm che i razzi Grad hanno un sistema non guidato e impreciso e non dovrebbero essere lanciati sopra le aree civili con “salve”, con molti razzi che vengono sparati contemporaneamente, perché ciò rende impossibile distinguere tra obiettivi militari e civili.

“L’uso dell’artiglieria e di altre armi imprecise come i razzi del tipo Grad nelle aree civili è proibito dal diritto internazionale umanitario e tali attacchi indiscriminati possono essere considerati crimini di guerra. In entrambi i casi documentati, gli aggressori hanno palesemente ignorato i loro obblighi di prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo la sofferenza per i civili”, ha dichiarato Mughrabi.

Attacchi a centri di detenzione per migranti e rifugiati

Nella notte del 7 maggio, un raid aereo ha colpito circa a 100 metri dal centro di detenzione per migranti di Tajoura, nella zona orientale di Tripoli, dove circa 500 migranti e rifugiati erano rinchiusi in hangar aerei in disuso. Testimoni oculari hanno descritto come “terrificante” il suono dell’attacco, che ha causato lo svenimento di alcuni detenuti.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), due persone sono rimaste ferite nell’attacco. Medici senza frontiere ha detto che i pesanti detriti di metallo hanno sfondato il tetto di uno degli hangar dove sono rinchiuse le donne e hanno quasi colpito un bambino piccolo.

I resoconti dei testimoni oculari e le immagini satellitari analizzate da Amnesty International suggeriscono che il bombardamento aereo ha colpito un veicolo blindato vicino a un magazzino situato nello stesso complesso del centro di detenzione per immigrati, che secondo i detenuti è usato per immagazzinare armi. Le immagini mostrano anche molti veicoli corazzati nell’area, suggerendo che i combattenti stanno usando il complesso del centro di detenzione come un sito militare.

L’attacco è compatibile con un modello di attacchi aerei notturni condotti dai droni dell’Enl, gestiti dagli Emirati Arabi Uniti, e che utilizzano velivoli Wing Loong di fabbricazione cinese che sparano missili Blue Arrow 7.

Due detenuti nel centro di detenzione di Tajoura hanno riferito ad Amnesty International di essere stati costretti a svolgere attività connesse al conflitto, come caricare e scaricare armi e pulire mitragliatrici pesanti, contro la loro volontà.

Pochi giorni dopo, il 10 maggio, un altro attacco aereo ha colpito nelle vicinanze del centro di detenzione, hanno riferito tre detenuti ad Amnesty International.

“Trattenendo i migranti e i rifugiati in prossimità di un sito militare attivo, le autorità libiche stanno mettendo in pericolo la vita di civili che sono completamente sotto il loro potere. Dovrebbero fare tutto il possibile per allontanarli dagli obiettivi militari. Le accuse secondo cui alcuni dei detenuti sono stati costretti a lavorare nei siti militari contro la loro volontà violano anche il diritto internazionale”, ha detto Magdalena Mughrabi.

In un episodio separato, testimoni oculari hanno riferito ad Amnesty International che, il 23 aprile, uomini armati hanno aperto il fuoco contro i migranti e i rifugiati detenuti nel centro di detenzione di Qasr Ben Ghashir, a sud di Tripoli. Secondo l’Unhcr almeno 12 persone sono state ferite e portate in ospedale.

Secondo testimoni oculari, fino a 15 uomini sono entrati nel centro, alcuni poi hanno iniziato a confiscare i telefoni dei detenuti, ordinando a un gruppo di detenuti cristiani che stavano svolgendo le preghiere pasquali di fermarsi. Hanno iniziato a sparare quando i detenuti si sono rifiutati. Le prove raccolte dall’organizzazione suggeriscono che i combattenti affiliati all’Enl fossero responsabili dell’attacco al centro, che si trova in un’area sotto il loro controllo.

“Invece di mettere in pericolo la vita di migranti e rifugiati intrappolati nei centri di detenzione, le autorità libiche dovrebbero rilasciarli immediatamente e garantire la loro sicurezza. C’è un’urgente bisogno di evacuare migranti e rifugiati in aree più sicure, compresa l’Europa”, ha affermato Magdalena Mughrabi.

Ciclo di abusi

Oltre alle violazioni commesse durante lo svolgimento delle ostilità, l’Onu ha segnalato un aumento della detenzione arbitraria, di rapimenti, sequestri e sparizioni forzate dopo lo scoppio di combattimenti a Tripoli e nei dintorni.

“L’aumento delle segnalazioni di sequestri e arresti arbitrari da parte di entrambe le parti dall’inizio dell’offensiva di Tripoli è profondamente allarmante. Nessuno dovrebbe essere preso di mira con il sequestro o l’arresto arbitrario esclusivamente sulla base del proprio background o delle proprie affiliazioni politiche”, ha aggiunto Magdalena Mughrabi.

“Il ciclo implacabile di abusi crescenti significa che gli stati hanno bisogno più che mai di applicare pienamente l’embargo delle Nazioni Unite sulle armi in Libia. È necessario istituire un serio sistema di accertamento delle responsabilità per indagare sulle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto e affinché responsabili siano chiamati a risponderne”, ha concluso.

Roma, 16 maggio 2019

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