Tiananmen 30 anni dopo: una macchia indelebile - Amnesty International Italia

Tiananmen 30 anni dopo: una macchia indelebile

3 giugno 2019

Tempo di lettura stimato: 8'

Quell’immagine è una delle più iconiche nella storia recente delle lotte per la libertà: il 5 giugno 1989 un uomo solo, con due buste della spesa in una mano e la giacca arrotolata nell’altra, fronteggia una schiera di carri armati nei pressi di piazza Tiananmen, nel centro di Pechino.

Poi, le telecamere inquadrano quel momento e lo ritrasmettono nel mondo: l’uomo alza la mano sinistra chiedendo ai carri armati di fermarsi. E, per un breve momento, lo fanno.

Ciò che ha reso l’atto di resistenza di quell’uomo ancora più memorabile è l’orrore cui il mondo aveva assistito appena il giorno prima.

La notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 i carri armati entrarono in piazza Tiananmen per stroncare il movimento per la democrazia, una protesta “dal basso” senza precedenti in Cina.

Centinaia, forse migliaia di persone rimasero uccise quando i soldati aprirono il fuoco contro gli studenti e gli operai che da settimane chiedevano pacificamente riforme politiche.

Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti: da 30 anni le autorità cinesi continuano a fare di tutto per impedire alle persone di fare domande su quanto accadde all’epoca e persino di parlarne.

Nei giorni che seguirono la sanguinosa repressione, le autorità cinesi emanarono una lista di 21 persone “ricercate” per il ruolo avuto nell’organizzazione delle proteste.

Wang Dan, il numero 1, fu arrestato e trascorse in due distinti periodo di tempo sei anni in carcere.

All’epoca Wang era uno studente di 20 anni iscritto all’Università di Pechino, dove organizzava dibattiti sulla democrazia.

Ero solo uno dei tanti leader del movimento, non so perché mi misero al numero 1 della loro lista“, ricorda.

Facevamo parte di una generazione preoccupata per la situazione politica, preoccupata per il nostro futuro. Non ci saremmo mai immaginati che il governo avrebbe mandato l’esercito contro il suo popolo. Pensavamo che volessero solo spaventarci“.

Quando le truppe iniziarono a sparare Wang Dan si trovava all’interno del dormitorio studentesco.

Un mio collega di studi telefonò da un posto vicino a Tiananmen. Disse: ‘La repressione è scattata, ci sono morti’. Allora cercai di andare a Tiananmen, ma la polizia aveva bloccato le strade. Ero in uno stato di shock. Per tre o quattro giorni non fui in grado di dire nulla“.

Per alcune settimane, con l’aiuto di amici, Wang riuscì a nascondersi ma il 2 luglio fu scoperto.

Passò quasi quattro in carcere prima di essere rilasciato. Avrebbe potuto andare via dalla Cina ma decise di rimanere.

Volevo continuare la mia battaglia. Per le persone che erano morte, mi sentivo in dovere di fare molto di più. E poi vedevo che c’era ancora la possibilità di cambiare le cose. Per questo, decisi di restare“.

Meno di due anni dopo, Wang entrò di nuovo in carcere, condannato a 11 anni. Due anni dopo fu rilasciato per motivi di salute, a condizione che andasse in esilio.

Fu una decisione difficile. Molto dura, dato che non avrei più visto la mia famiglia. Ma se avessi rifiutato sarei tornato in prigione e non sarei stato più in grado di fare alcunché“.

Wang San ha proseguito gli studi ad Harvard e Oxford e, dopo aver insegnato Scienze politiche in un’università di Taiwan, risiede negli Usa.

Se fossi rimasto in Cina non avrei potuto fare più nulla. Sarei stato pedinato dalla polizia e non avrei potuto stare in contatto con le persone. Fuori dal mio paese almeno posso parlare liberamente“.

Non ho mai avuto rimpianti per quello che è accaduto. Per il nostro futuro, siamo chiamati a fare sacrifici. Non provo rimpianti. Fu un momento enormemente illuminante, la democrazia sfiorò l’anima di tante persone“.

Una di queste è Lü Jinghua. Il 1989 ha cambiato la sua vita per sempre.

All’epoca aveva 28 anni e vendeva vestiti in un piccolo negozio di Pechino.

Dopo aver visto gli studenti manifestare per parecchi giorni in piazza Tiananmen, decise di avvicinarsi a loro per capire i motivi della loro protesta. Alcuni giorni dopo iniziò a portare loro l’acqua e alla fine si unì alla lotta.

Decisi di fare la volontaria. Mi offrii di stare in mezzo alla piazza e aggiornare i manifestanti tramite gli altoparlanti. Di notte dormivo in una delle tende allestite in piazza“.

In quei giorni ero felice, il movimento stava cambiando la mia vita“.

Ma le cose cambiarono presto. Quando entrarono i carri armati, Lü Jinghua era in piazza.

Sentivo il sibilo veloce delle pallottole che colpivano le persone. Uno corpo cadde su di me, poi un altro. Correvo e correvo per cercare un’uscita. Le persone gridavano chiedendo aiuto, sollecitando l’arrivo delle ambulanze. Poi morì una terza persona“.

Fu solo l’inizio dell’incubo.

Dopo la fine della repressione, Lü Jinghua fu a sua volta inserita nella lista dei “ricercati” e la sua famiglia iniziò a subire minacce e intimidazioni dalle autorità. Lei non ebbe altra scelta se non lasciare Pechino e la sua piccola bambina.

Sembrava una decisione impossibile ma dovevo salvarmi la vita“.

Dopo un pericoloso viaggio nuotando attraverso un fiume e poi salendo a bordo di una piccola imbarcazione, alla fine Lü Jinghua raggiunse Hong Kong e da lì prese un volo per New York.

Nel 1993 Lü Jinghua fece il tentativo di tornare in Cina per vedere la sua famiglia.

Appena scesa dall’aereo, le autorità mi fermarono. Dall’altra parte del gate c’erano mia madre e mia figlia ma la polizia non mi permise di vederle“.

Nel dicembre 1994 la figlia di Lü ha potuto raggiungere sua madre negli Usa ma entrambe non hanno mai più avuto l’autorizzazione a rientrare in Cina, neanche per i funerali dei genitori.

Ma Lü Jinghua non ha rimpianti.

Non dimenticheremo mai quei giorni. Era la cosa giusta da fare. Ero giovane, volevo fare qualcosa. Ancora ci credo. Ancora lotto per i diritti umani in Cina“.

Le richieste di Amnesty International alle autorità di Pechino:

  • riconoscere pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse a Tiananmen nel 1989;
  • avviare un’indagine pubblica e indipendente e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a risponderne di fronte alla giustizia;
  • risarcire le vittime del massacro del 1989 e i loro familiari;
  • porre fine alle minacce e ai procedimenti giudiziari contro coloro che commemorano o parlano pubblicamente delle proteste del 1989 e coloro che, più in generale, esercitano il loro diritto alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.