Residenze per anziani: il lavoro di Medici senza Frontiere nelle Marche

Residenze per anziani: il lavoro di Medici senza Frontiere nelle Marche

29 aprile 2020

Foto di Vincenzo Livieri

Tempo di lettura stimato: 7'

Con i suoi team di medici e infermieri, Medici Senza Frontiere è tra le organizzazioni impegnate sul campo, in Italia, per contrastare la pandemia da Covid-19.

Tra i diversi ambiti in cui l’organizzazione sta intervenendo, ci sono le residenze per persone anziane, uno dei punti nevralgici nella gestione di questa emergenza.

Lo stanno facendo ad esempio nelle Marche, dove sono arrivati il 21 marzo. Il Coordinatore delle attività in questa regione è Tommaso Fabbri, che oggi si trova a dover affrontare l’emergenza da Covid-19 insieme ad altri 13 operatori tra medici, infermieri, specialisti dell’igiene e logisti. Negli scorsi anni, ha lavorato come Coordinatore Emergenze per diverse epidemie in altri Paesi del mondo sempre con questa organizzazione.

L’équipe di MSF ha iniziato a operare dal 23 marzo non appena è stato firmato il Protocollo d’Intesa con l’Azienda Sanitaria Unica Regionale (ASUR) e la Regione Marche. L’ASUR ha deciso di coinvolgere l’associazione medico-umanitaria nell’intervento sul territorio, sia per la larga esperienza nelle epidemie, sia per alleggerire la pressione sugli ospedali. E l’intervento in questo caso si è incentrato sulle persone e le comunità più fragili e vulnerabili.

Ci racconta Tommaso: “In base al Protocollo d’Intesa, copriamo la zona sanitaria di Ancona, Jesi, Senigallia e Fabriano dove ci sono 50 strutture in totale con circa 3.000 anziani. Siamo partiti con 2 e, dopo più di un mese di presenza, siamo dentro a una trentina di strutture. Abbiamo scelto di lavorare nelle strutture per anziani, insieme al sistema sanitario nazionale, per proteggere le comunità più fragili e per supportare gli operatori nell’accudire queste persone, spesso non più auto sufficienti“.

Molte delle persone che vivono nelle RSA sono, purtroppo, affette da demenza senile e hanno bisogno di una maggiore assistenza da parte degli operatori, pur non comprendendo cosa stia succedendo nel mondo esterno. Una buona fetta di ospiti però è vigile e soffre moltissimo sia per gli effetti della pandemia e per le misure di prevenzione adottate, sia per l’impossibilità di vedere i familiari e le persone care.

Quando il virus si è iniziato a diffondere anche in Italia, tutte le strutture hanno chiuso tempestivamente gli accessi ai familiari. Questa misura dal punto di vista medico è stata necessaria perché un familiare può essere fonte di infezione e contagiare persone di per sé già molto fragili. Allo stesso tempo però, dal punto di vista emotivo e psicologico, la distanza che si è creata comporta una grande sofferenza e angoscia. Per questo motivo, tante strutture si sono adoperate con tablet o mezzi tecnologici per mettere in contatto gli ospiti delle strutture con i loro familiari.

Il nostro affiancamento si basa su alcune principali attività. – spiega Tommaso Fabbri – Innanzitutto, mettiamo al servizio del personale sanitario la nostra esperienza in epidemie, come ebola, colera e morbillo, che tra gli aspetti in comune hanno sicuramente ‘la prevenzione e il contenimento dell’infezione’. In secondo luogo, condividiamo e sensibilizziamo sulle buone pratiche da seguire durante un’epidemia: quali sono i dispositivi di protezione adeguati e come usarli, come portare avanti l’interazione tra il personale sanitario e il paziente“.

Un’altra fondamentale attività è quella che in gergo chiamano “circuito sporco-pulito“, ossia come si agisce e quali misure adottare quando in una struttura sono presenti sia persone positive al virus sia persone negative, che hanno quindi la necessità di proteggere sé stessi e chi gli sta vicino. Questa attività, molto rilevante durante una pandemia, diventa complessa in strutture come le RSA, per le loro dimensioni piccole e perché il personale all’interno è spesso sprovvisto di misure preventive e di formazione adeguata.

Un aspetto molto rilevante di queste realtà, è il rapporto ‘intimo’ che si crea tra operatore sanitario e persona anziana, proprio come avviene tra un nipote e un nonno. Ho visto operatori sanitari emozionalmente provati, come un’infermiera che si è lasciata andare a un lungo pianto e che abbiamo poi rassicurato perché stava dando davvero il meglio di sé. Gli operatori hanno spesso emozioni controverse tra la paura di essere la causa del contagio del virus per le persone anziane e il cercare di fare il meglio possibile“, conclude Tommaso.

Alla luce di episodi come questo, Medici Senza Frontiere ha dato avvio al supporto psicologico, destinato soprattutto agli operatori sanitari, e alla promozione di messaggi e consigli su come comportarsi in altri contesti da questi frequentati.

Oltre all’Italia, l’intervento di Medici Senza Frontiere in risposta alla pandemia di Covid-19 si estende in oltre 40 paesi nel mondo. I team di medici, infermieri, logisti, promotori della salute e psicologi stanno mettendo a disposizione la propria esperienza nella gestione di epidemie supportando ospedali, formando operatori sanitari sulle misure per contenere il virus, e proteggendo persone vulnerabili come anziani, senzatetto e rifugiati, in collaborazione con le autorità sanitarie locali dei diversi paesi.

Covid-19: il nostro lavoro di monitoraggio

In questa fase di emergenza collegata alla pandemia da Covid-19 è importante monitorare lo stato dei diritti umani.

Per questo, da alcune settimana e insieme alla collaborazione di alcuni nostri attivisti, abbiamo costruito una vera e propria redazione che fa un aggiornamento quotidiano di quanto succede in Italia in questo ambito.

All’interno del nostro monitoraggio non ci sono solo le segnalazioni delle situazioni più a rischio, ma anche tante buone pratiche, realizzate da altre associazioni e istituzioni, per gestire al meglio questa emergenza e difendere i diritti di tutti.