Libia: prigione senza via di salvezza per i rifugiati: crudeli politiche europee

Libia: prigione senza via di salvezza per i rifugiati

12 novembre 2018

© Taha Jawashi

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Un anno dopo l’ondata d’indignazione mondiale provocata dalle scioccanti immagini della compravendita di esseri umani in Libiadenunciamo che la situazione dei migranti e dei rifugiati in quel paese rimane tetra e per alcuni aspetti è persino peggiorata.

Le conclusioni che diffondiamo oggi, in coincidenza con la conferenza internazionale sulla Libia convocata a Palermo per trovare soluzioni alla paralisi politica nel paese, mettono in evidenza come le politiche degli stati membri dell’Unione europea per fermare l’immigrazione e l’insufficienza dei posti messi a disposizione per il reinsediamento dei rifugiati continuino ad alimentare un ciclo di violenza, intrappolando migliaia di migranti e rifugiati all’interno dei centri di detenzione libici, in condizioni agghiaccianti.

Negli ultimi due anni gli stati membri dell’Unione europea hanno posto in essere una serie di misure per bloccare l’attraversamento del Mediterraneo centrale, rafforzando le capacità della Guardia costiera di intercettare imbarcazioni, stringendo accordi con le milizie libiche e ostacolando il lavoro delle Ong impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Queste politiche hanno determinato la diminuzione degli approdi in Italia di quasi l’80 per cento: da 114.415 tra gennaio e novembre 2017 ad appena 22.232 fino a ora nel 2018. Nei centri di detenzione libici sono trattenuti circa 6000 migranti e rifugiati.

Qui il documento con le conclusioni di Amnesty International intitolato “Libia: le politiche europee non proteggono i diritti umani dei migranti e dei rifugiati”.

La situazione in Libia

All’interno dei centri di detenzione libici i migranti e i rifugiati rischiano regolarmente di subire torture, estorsioni e stupri.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha registrato 56.442 rifugiati e richiedenti asilo in Libia e ha ripetutamente chiesto ai governi, europei e non, di reinsediarli, anche attraverso l’evacuazione via Niger.

Tuttavia, finora sono stati messi a disposizione solo 3.886 posti per il reinsediamento da parte di 12 paesi e solo 1140 rifugiati sono stati effettivamente reinsediati dalla Libia e dal Niger.

Tra dicembre 2017 e febbraio 2018 l’Italia ha evacuato, trasferendoli sul suo territorio, 312 richiedenti asilo ma non vi sono state ulteriori evacuazioni fino al reinsediamento di 44 rifugiati il 7 novembre.

Mentre la rotta marittima del Mediterraneo centrale è quasi completamente chiusa e le autorità libiche mettono illegalmente in carcere i rifugiati rifiutando di rilasciarli sotto la protezione dell’Unhcr, l’unico modo per uscire dai centri di prigionia è l’evacuazione verso un altro paese attraverso i programmi gestiti dalle Nazioni Unite. Per quanto riguarda i rifugiati, che evidentemente non possono tornare nel paese di origine, la mancanza di posti per il reinsediamento sta facendo sì che migliaia di loro restino abbandonati nei centri di detenzione libici.

L’apertura di un a lungo promesso centro dell’Unhcr a Tripoli, che potrebbe dare riparo a un migliaio di rifugiati, viene ripetutamente ritardata. La sua apertura sarebbe indubbiamente un gesto positivo ma riguarderebbe solo una piccola parte dei rifugiati in stato di detenzione e non offrirebbe comunque una soluzione sostenibile.

“A un anno di distanza da quelle immagini che sconvolsero il mondo, la situazione per i rifugiati e per i migranti in Libia resta tetra”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Le crudeli politiche attuate dagli stati dell’Unione europea per impedire gli approdi sulle loro coste, insieme al loro insufficiente contributo in termini di percorsi sicuri che potrebbero aiutare i rifugiati a raggiungere la salvezza, significa che migliaia di uomini, donne e bambini restano intrappolati in Libia e continuano a subire violenze orribili, senza una via d’uscita”, ha aggiunto Morayef.