Colombia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA DI COLOMBIA

Capo di stato e di governo: Iván Duque Márquez

L’assenza delle autorità statali e il loro abbandono a sé stessi dei territori controllati dalle Forze armate rivoluzionarie – Esercito del popolo (Revolutionary Armed Forces of Colombia-People’s Army – Farc-Ep) ha lasciato un vuoto di potere in aree da sempre oggetto di disputa tra vari gruppi armati per le risorse naturali e l’ubicazione strategica. Ciò ha esasperato i problemi strutturali di disuguaglianza, esclusione ed estrema povertà che affliggevano la maggioranza della popolazione contadina, le comunità afrodiscendenti e native, con effetti differenziati in base al genere. In una situazione simile, nel 2019 le uccisioni di attivisti e difensori dei diritti umani hanno raggiunto livelli altissimi.
A causa del conflitto armato interno, ancora in corso, e delle controversie sul controllo del territorio successive alla firma dell’accordo di pace del 2016, ha imperversato la violenza, le cui principali vittime hanno continuato a essere le popolazioni native, le comunità di afrodiscendenti e di contadini e i difensori dei diritti umani. È rimasta la preoccupazione sull’impunità per i reati commessi durante il conflitto armato e per le minacce e le uccisioni dei difensori dei diritti umani. È persistita la violenza contro le donne, in particolare di carattere sessuale.

Contesto

A marzo, il presidente Duque ha messo in discussione sei dei 159 articoli della legge sulla giurisdizione speciale per la pace. A maggio, la Corte costituzionale ha rigettato le obiezioni e il presidente ha dovuto firmare la legge.

A settembre, dopo il primo anno di mandato del presidente Duque, oltre 500 organizzazioni sociali e Ong hanno presentato un rapporto in cui affermavano che lo stato stava imponendo un programma di lavoro sulla riforma rurale, la sostituzione delle colture e l’assistenza alle vittime diverso rispetto a quello previsto nell’accordo di pace, decurtando inoltre il finanziamento destinato all’accordo stesso. Le organizzazioni hanno anche messo in luce come il governo non avesse sostenuto l’attuazione di disposizioni dell’accordo, avesse avanzato proposte legislative confliggenti con l’accordo stesso e avesse eroso il “Sistema di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione”.

Il 5 ottobre, la Corte suprema di giustizia ha formalmente stabilito un legame tra l’ex presidente Álvaro Uribe e un’indagine penale per frode procedurale e corruzione. Alcuni giorni dopo, Álvaro Uribe ha ingiustamente accusato la Fondazione comitato di solidarietà con i prigionieri politici di “pagare per manipolare i testimoni” a suo carico.

A ottobre, l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e il governo hanno sottoscritto un accordo per rinnovare il mandato dell’ufficio stesso nel paese.

Claudia López è diventata la prima donna e persona gay a divenire sindaco di Bogotá nelle elezioni di ottobre.

A novembre, il ministro della Difesa è stato costretto a dimettersi dopo essere stato interrogato al Congresso in merito alla morte di bambini in un bombardamento di un accampamento di dissidenti delle Farc-Ep. Il presidente Ivan Duque ha assicurato che l’attacco era stato il risultato del “lavoro strategico, meticoloso e impeccabile” delle forze armate, definendone i membri “eroi” del paese, per i risultati ottenuti contro una “banda di narco-terroristi”. Il ministro è stato anche accusato di aver ucciso consapevolmente i bambini, nascondendo poi le informazioni.

Conflitto armato interno

A gennaio, il Comitato internazionale della Croce rossa ha denunciato la presenza in Colombia di almeno cinque conflitti armati “non internazionali”: quattro con il coinvolgimento del governo colombiano contro l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), l’Esercito popolare di liberazione (Epl), l’Autodifesa gaitanista della Colombia (Agc) ed elementi dell’ex Blocco orientale (Eastern Bloc) delle Farc-Ep che non hanno accettato il processo di pace. Il quinto conflitto armato non internazionale coinvolgeva l’Eln e l’Epl ed era localizzato nella regione di Catatumbo.

Il 17 gennaio, un’autobomba alla scuola General Santander di Bogotá ha causato l’uccisione di 23 persone e il ferimento di oltre 80. Quando l’Eln si è assunto la responsabilità dell’attentato dinamitardo, il presidente Duque ha posto immediatamente fine alle trattative per la pace con il gruppo guerrigliero, avviate a febbraio 2017.

Ad agosto, l’esercito, ha bombardato un accampamento adducendo si trattasse “di guerriglieri”. Al suo interno, secondo le informazioni ufficiali, sono rimasti uccisi il capo Rogelio Bolívar Córdoba, alias Gildardo Cucho, e 13 suoi seguaci. Alla fine dell’anno, è stata accertata la presenza sul posto di bambini, che hanno perso la vita nell’attacco. Secondo le perizie legali presentate al Congresso, tra i morti c’erano una bambina di 12 anni e due adolescenti: un ragazzo di 15 anni e una ragazza di 16. Altre informazioni spingono a ritenere che i minori morti nell’attacco potrebbero essere stati sedici. Questa rivelazione e il relativo occultamento da parte del governo hanno alla fine portato a novembre alle dimissioni del ministro della Difesa Guillermo Botero.

Tra i vari gruppi armati sono continuati gli scontri, che rappresentano la principale causa di sfollamento e confinamento forzato. Tra gennaio e luglio, oltre 32.000 persone sono state sfollate a forza e oltre 350.000 hanno dovuto subire severe restrizioni riguardanti la circolazione e l’accesso ai servizi di base. Gli effetti sono stati avvertiti principalmente dalle comunità di nativi e afrodiscendenti.

Hanno destato particolari preoccupazioni gli scontri tra le forze armate, l’Eln, i gruppi nati da ex gruppi paramilitari (ad es. le Forze dell’autodifesa gaitanista della Colombia, le Aquile nere e il Clan del Golfo) e nuovi gruppi armati (come i dissidenti delle Farc-Ep in regioni come Chocó, Norte de Santander, Antioquia e Nariño). L’intensificazione delle contese tra Eln ed Epl nel dipartimento di Norte de Santander hanno condotto a un inasprimento dei combattimenti con l’esercito in una regione già alle prese con una dolorosa emarginazione sociale e una lunga storia di violenza.

Tra le regioni più colpite, figura Norte de Santander, dove soltanto i primi sei mesi del 2019 gli effetti del conflitto hanno riguardato 309 civili, quasi il doppio del totale registrato nel 2018. Per il 62 per cento di questi si è trattato di omicidi premeditati, mentre il 13 per cento ha riguardato sparizioni forzate e altri gravi reati. A fine anno, risultava che nessuno fosse stato portato innanzi alla giustizia per l’85 per cento dei suddetti casi.

Il 31 dicembre, 300 membri delle dell’autodifesa gaitanista della Colombia hanno imposto il confinamento forzato a quattro comunità di Bojayá (chocó), minacciando anche il difensore dei diritti umani Leyner Palacios, che si era espresso chiaramente sulla presenza di tali gruppi armati illegali nei territori delle comunità.

Vecchie tattiche

A metà 2019, il New York Times ha dichiarato di essere in possesso di informazioni secondo cui il governo aveva esercitato pressioni sull’esercito colombiano per intensificare gli attacchi militari volti a moltiplicare le uccisioni dei cosiddetti “criminali e guerriglieri”. Tale strategia volta a “sparare per uccidere” aveva raggiunto il picco durante gli anni 2000 con i cosiddetti “falsi positivi” (uccisioni di civili da parte di agenti statali falsamente presentate come vittime in combattimento); le voci di una possibile reintroduzione hanno provocato sdegno nel paese, in particolare per via del fatto che alcune comunità avevano già evidenziato nei mesi precedenti la restaurazione di tale politica di esecuzioni extragiudiziali.

Tra tali casi rientra l’uccisione, avvenuta a Convención (Norte de Santander) per mano dell’esercito, dell’ex miliziano Dimar Torres, mentre stava per attraversare un posto di blocco. Il personale dell’esercito ha negato in modo assoluto di sapere dove si trovasse al momento della sua scomparsa, ma alcuni vicini ne hanno trovato il corpo poco dopo, in una fossa in cui era stato gettato nel tentativo di nascondere l’uccisione. Una settimana più tardi l’esercito ha ammesso la sua responsabilità, ma ha giustificato inizialmente l’uccisione affermando che Dimar Torres aveva minacciato un soldato con un’arma da fuoco durante una lite. Alla fine dell’anno, il procedimento penale a carico delle persone accusate del caso era ancora in corso.

Inoltre, è stata condannata la provocatorietà della strategia adottata, che ha previsto una maggiore militarizzazione nelle regioni caratterizzate dalla presenza di gruppi armati. Tali azioni, unite al piano di ripristino della disinfestazione aerea con impiego di glifosato per eradicare le coltivazioni di coca, hanno rappresentato una chiara sfida alle pronunce della Corte costituzionale e alle disposizioni dell’accordo di pace sulla sostituzione di colture illegali, che prevedono la sottoscrizione di intese collettive con le famiglie che esprimono la loro intenzione di sostituire la coca con un’altra coltura.

Una nuova fase del conflitto armato

A fine agosto, vari membri delle Farc-Ep (tra cui i loro leader Iván Márquez, Jesús Santrich ed “El Paisa”) hanno pubblicato sui social media un video in cui annunciavano il loro riarmo in corso per dare inizio a “una nuova fase della lotta…, per reagire al tradimento da parte dello stato degli accordi di pace dell’Avana”.

Prima della diffusione del video, non si sapeva dove fossero Iván Márquez ed “El Paisa” (dall’agosto 2018) né Jesús Santrich (da giugno 2019). Jesús Santrich era stato rilasciato a maggio, dopo aver scontato un anno di reclusione e dopo che la Giurisdizione speciale per la pace aveva rigettato la richiesta della sua estradizione formulata dagli Usa per presunte attività legate al traffico di stupefacenti. Sia Iván Márquez che Jesús Santrich figuravano tra gli otto uomini e le due donne rappresentanti del partito politico delle Farc automaticamente eletti al Congresso.

Il numero di dissidenti Farc-Ep non è chiaro, ma i rapporti ufficiali concordano sul fatto che sia in aumento.

L’accordo di pace

Secondo il Kroc Institute, alla fine di febbraio 2019, era stato integralmente attuato solo il 23 per cento delle misure previste dall’accordo di pace tra il governo e le Farc-Ep.

A settembre 2019, l’Ufficio dell’Alto commissario per la pace aveva identificato come guerriglieri 13.202 persone, di cui 12.978 avevano iniziato il processo di reintegrazione. Complessivamente, 3.038 vivevano negli Spazi territoriali di formazione e reintegrazione (Etcr). L’Onu ha riferito di un gruppo più numeroso di ex guerriglieri (9.138 persone) che avevano optato per la reintegrazione urbana, essenzialmente per le maggiori opportunità di occupazione. Tuttavia, si registravano anche cifre consistenti di abbandono degli Etcr da parte delle persone che non hanno tratto giovamento da progetti produttivi, erano state abbandonate a sé stesse e trascinate verso un destino di povertà.

Si aggiunga che, a giugno 2019, il partito politico delle Farc ha dichiarato la morte di oltre 130 ex guerriglieri e la scomparsa di altri 11.

Il Segretariato tecnico della Componente internazionale di verifica dell’accordo di pace ha evidenziato preoccupanti ritardi e gravi arretramenti a seguito dell’approvazione di leggi e decreti contrari alle disposizioni dell’Accordo.

Tra le considerazioni del Segretariato tecnico, viene qualificata come particolarmente problematica la riluttanza del governo ad attuare il capitolo dell’accordo sulla riforma fondiaria. Il possesso e distribuzione delle terre erano stati fra i problemi costituenti all’origine del conflitto armato in Colombia; quindi, allo scopo di raggiungere una pace sostenibile e garantire la protezione delle comunità rurali a rischio, era essenziale una riforma fondiaria.

I maggiori progressi si sono riscontrati nel “Sistema di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione” formulato dall’accordo, nonostante una riduzione del suo bilancio di circa il 30 per cento entro il 2020 (da 90 a 67 miliardi di dollari Usa) e i numerosi attacchi sulla sua legittimità. La componente giudiziaria di tale sistema, vale a dire la Giurisdizione speciale per la pace (Jep), è stata l’istituto maggiormente preso a bersaglio dalle critiche del presidente Iván Duque, dal suo partito e da alcuni mezzi di informazione. Tra gli ostacoli frapposti al funzionamento della Jep, figurano le obiezioni alle normative di istituzione statutaria presentate dal presidente, che alla fine sono state rigettate a maggio dalla Corte costituzionale. Alcune vittime hanno anche espresso la preoccupazione che il processo non fosse incentrato sulle vittime e non fosse riuscito a garantire la sicurezza dei testimoni.

L’ufficio del Procuratore generale ha avviato procedimenti penali contro funzionari della Jep per il loro coinvolgimento nella propagazione di menzogne e per frode procedurale. La Commissione di investigazione e accusa della Camera dei rappresentanti ha avviato un’indagine preliminare contro il presidente della Jep e un magistrato indicati da un membro del Centro democratico (il partito politico del presidente) come presunti responsabili di corruzione e conflitto di interesse. Alla fine dell’anno le indagini erano ancora in corso.

Nel corso dell’anno, la Jep ha aperto due fascicoli in relazione alla vittimizzazione di membri dell’Unione patriottica e al reclutamento e l’impiego di bambini nel conflitto armato. Negli anni precedenti, la Jep aveva avviato cinque casi rilevanti che riguardavano la detenzione illegale da parte delle Farc-Ep, la situazione dei diritti umani nelle municipalità di Nariño, l’uccisione da parte di agenti statali presentate falsamente come vittime di combattimenti (“falsi positivi”), la situazione umanitaria nelle municipalità di Urabá e la situazione territoriale nelle municipalità di Norte del Cauca.

A dicembre 2019, l’Istituto medico legale ha rinvenuto una fossa comune nella città di Dabeiba, tra Medellin e la costa caraibica, in cui erano presenti circa 50 cadaveri di persone forse vittime di un’esecuzione estragiudiziale. La Jep sta svolgendo un’indagine in merito. Secondo l’Istituto medico legale, attualmente risultano 200.000 i corpi non identificati di persone scomparse dal 2005 al 2007, “falsi positivi” vittime dell’esercito impegnato in operazioni.

Alla fine dell’anno, 12.234 persone si sono consegnate alla Jep: 9721 ex membri delle Farc e 2429 componenti delle forze di sicurezza. Solo 57 funzionari non appartenenti alle forze di sicurezza si sono rivolti alla giurisdizione della Jep. Nel corso dell’anno, la Jep ha escluso decine di ex membri delle Farc-Ep, tra cui ben noti comandanti della guerriglia, come Iván Márquez, Jesús Santrich, “El Paisa” e “Romaña”.

Difensori dei diritti umani

I difensori dei diritti umani, in particolare coloro che difendono i diritti alla terra, al territorio e all’ambiente, hanno continuato a essere bersaglio di un altissimo numero di attacchi e minacce a causa del loro lavoro. I rischi che hanno affrontato erano direttamente correlati alle cause strutturali del conflitto armato, come le controversie sulla terra e le risorse naturali. Molti difensori erano impegnati nella richiesta di diritti collettivi correlati al riconoscimento e alla protezione del territorio delle popolazioni native e delle comunità di afro-discendenti e contadine, spesso oggetto di disputa tra gruppi armati spinti da interessi economici e di controllo sociale.

A ottobre, in cinque giorni, nel Cuaca sono stati assassinate 15 persone, tra cui cinque capi nativi. L’Organizzazione nazionale indigena di Colombia (Onic) ha affermato che nel paese viene uccisa una persona nativa ogni tre giorni.

La situazione dei difensori dei diritti umani e delle comunità che continuano a sopravvivere al conflitto armato è peggiorata dalle nuove dinamiche originate dalla firma dell’accordo di pace, in base alle quali nuovi gruppi armati hanno iniziato a contendersi il controllo di zone precedentemente gestite dalle Farc-Ep. In alcuni casi, dissidenti delle Farc-Ep si sono scontrati con altri gruppi armati su un territorio in passato sotto il loro controllo. La presenza ridotta al minimo di autorità statali in molte zone rurali del paese ha lasciato le comunità prive di una reale tutela. Leader sociali hanno riferito di un aumento delle minacce contro di loro e l’ufficio dell’Ombudsman ha documentato l’uccisione di 482 difensori tra la firma dell’accordo di pace nel 2016 e giugno 2019. La Ong Somos defensores ha registrato 591 attacchi contro difensori (29 per cento donne e 71 per cento uomini) tra gennaio e giugno 2019, di cui 59 omicidi e 477 minacce di morte. Un rapporto dell’Onu ha registrato 86 difensori dei diritti umani uccisi nell’anno. Rispetto a tali attacchi, l’impunità continua a essere la norma. Nel 2019 è balzata all’evidenza l’assenza di un’efficace e completa protezione dei difensori dei diritti umani. In reazione, le autorità statali hanno predisposto un piano d’azione volto a coordinare l’intervento delle istituzioni statali nella crisi, in merito a problematiche riguardanti la protezione dei difensori dei diritti umani e la prevenzione delle uccisioni, fino a quando non sarà adottata una politica pubblica adeguata. A fine anno, il ministero dell’Interno ha dichiarato che era stata avviata una serie di workshop per formulare una politica completa in materia di tutela dei difensori dei diritti umani.

Sono state però state svigorite altre misure esistenti (tra cui quelle introdotte dall’accordo di pace) che miravano a eradicare le cause di fondo dei pericoli che i difensori dei diritti umani si trovano di fronte. Ad esempio, in tutto il 2019, la Commissione di garanzie di sicurezza (meccanismo dell’accordo di pace per smantellare i gruppi armati illegali in Colombia) ha tenuto solo due riunioni ufficiali.

Le istituzioni che hanno il compito di proteggere i difensori dei diritti umani (come l’Unità di protezione nazionale), hanno continuato ad attuare misure reattive e individuali cruciali per proteggere alcuni difensori dei diritti umani nelle città, ma ampiamente inappropriate nel contesto delle comunità rurali. A parte i quattro progetti pilota riferiti dal ministero dell’Interno, sono state rare le misure collettive per proteggere le comunità e i loro capi.

Donne difensore dei diritti umani sono state esposte a rischi specifici. La maggior parte degli attacchi ha continuato a dirigersi contro gli uomini, ma sono aumentati le aggressioni contro le difensore donne. Tra i 59 difensori dei diritti umani uccisi tra gennaio e giugno 2019, 10 (17 per cento) erano donne; nel 2018 le donne uccise erano state tre.

Secondo un rapporto Oxfam, i pericoli che minacciano le difensore dei diritti umani sono aumentati a causa di vari fattori. In molti casi si trattava di donne afro-discendenti o native che vivevano in aree di estrema marginalizzate. Di conseguenza, hanno subito una violenza in misura sproporzionata perché diretta non solo contro di loro a livello individuale, ma anche contro le loro comunità. La sempre maggiore complessità delle procedure di denuncia ha dissuaso dalla scelta di denunciare, portando a una maggiore l’impunità degli autori delle aggressioni.

Venezuelani richiedenti protezione internazionale

La crisi che negli ultimi anni ha colpito il Venezuela ha continuato a produrre effetti sui paesi della regione e in particolare sulla Colombia, che ha ospitato il numero maggiore delle persone in fuga dal Venezuela. Tra le persone giunte in Colombia, molti avevano seguito itinerari in zone controllate da bande irregolari e si trovavano in pessime condizioni di salute. Sono proseguite le segnalazioni di vittime di reclutamento forzato, del traffico di donne e dello sfruttamento dei bambini.

A fine giugno, il numero ufficiale di venezuelani residenti in Colombia era pari a 1,4 milioni. Oltre il 60 per cento di loro era ospitata a Bogotá, Norte de Santander, La Guajira, Atlántico e Antioquia.

Secondo le cifre ufficiali, fino a ottobre la Colombia aveva accordato quasi 600.000 permessi di soggiorno speciali, che autorizzano chi soddisfi specifici requisiti a soggiornare nel paese per un biennio. Erano stati concessi anche documenti di mobilità transfrontaliera, che permettono di accedere alle aree di confine per un massimo di sette giorni, per acquistare merci e servizi di base per poi tornare in Venezuela. Secondo la stampa, tra febbraio e settembre il numero di venezuelani muniti di documento di mobilità transfrontaliera è aumentato da 2.908.336 a 4.315.000, con un incremento del 70,04 per cento in soli sei mesi.

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