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Repubblica araba d’Egitto

Capo di stato: Abdel Fattah al-Sisi

Capo di governo: Moustafa Madbouly

Le autorità hanno continuato a punire qualsiasi forma di dissenso, reale o percepito, e hanno represso duramente l’esercizio dei diritti alla libertà di riunione pacifica, d’espressione e associazione. Decine di giornalisti sono stati arbitrariamente detenuti solo a causa del loro lavoro o per avere espresso opinioni critiche. Le autorità hanno fatto un giro di vite sull’informazione non allineata con la narrativa ufficiale sul Covid-19 e detenuto operatori sanitari che avevano sollevato preoccupazioni in materia di sicurezza. Le autorità hanno anche continuato a limitare severamente la libertà d’associazione delle organizzazioni per i diritti umani e dei partiti politici. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso illegale della forza per disperdere le rare proteste e hanno arbitrariamente detenuto centinaia di manifestanti e passanti, in attesa d’indagini per “terrorismo” e altre accuse legate alle proteste. Migliaia di persone sono rimaste in detenzione cautelare prolungata, compresi difensori dei diritti umani, giornalisti, politici, avvocati e influencer di social network. Le condizioni di detenzione sono rimaste crudeli e disumane e i prigionieri sono stati privati di cure mediche adeguate, una situazione che ha portato o contribuito ad almeno 35 decessi in carcere o poco dopo il rilascio. Le garanzie di equità processuale sono state regolarmente violate. Sono state emesse nuove condanne a morte e ci sono state esecuzioni. Le donne sono state perseguite penalmente per reati contrari alla “morale”, per il modo in cui vestivano, agivano o guadagnavano denaro online. Decine di lavoratori sono state arrestate arbitrariamente e perseguite per l’esercizio del diritto di sciopero. Gli abitanti di insediamenti informali sono stati sgomberati con la forza. Le autorità hanno arrestato o perseguito per blasfemia cristiani, musulmani sciiti e altri. Le forze di sicurezza hanno disperso con la forza le proteste dei rifugiati per l’uccisione di un bambino sudanese, sottoponendoli anche a insulti razzisti e percosse.

 

CONTESTO

Tra agosto e settembre, si sono tenute le elezioni di entrambe le camere del parlamento, con una bassa affluenza ai seggi.

Le autorità hanno rinnovato ogni tre mesi lo stato d’emergenza, in vigore da aprile 2017, aggirando così il limite costituzionale di sei mesi. A maggio, la legge d’emergenza è stata emendata al fine di rafforzare ulteriormente i poteri del presidente di limitare i raduni pubblici e privati e ampliare la giurisdizione dei tribunali militari sui civili.

A giugno, il Fondo monetario internazionale ha approvato un pacchetto di fondi del valore di 5,2 miliardi di dollari Usa, per aiutare l’Egitto a rispondere all’impatto economico del Covid-19. Ad agosto, il governo ha ridimensionato i sussidi statali per il pane. A settembre, in diverse comunità povere, nelle città e in zone rurali, ci sono stati piccole e sporadiche proteste, innescate principalmente dal deterioramento della situazione economica e dalle minacce del governo di demolire edifici abusivi, se gli abitanti non avessero accettato di pagare una multa calcolata in base alla legge sulla riconciliazione.

Sono continuati, seppur con minor frequenza, gli attacchi dei gruppi armati nel nord del Sinai. L’esercito ha annunciato di avere subìto delle perdite a maggio, luglio e ottobre, e l’uccisione di decine di militanti dei gruppi armati.

Secondo fonti di stampa, a luglio i gruppi armati hanno occupato diversi villaggi nell’area di Bir al-Abd, costringendo gli abitanti a fuggire. Alcuni sono rimasti uccisi nello scoppio di ordigni di fabbricazione artigianale, quando sono rientrati nelle loro case a ottobre.

L’Egitto ha continuato a far parte della coalizione internazionale a guida saudita nel conflitto armato in Yemen ed è rimasto uno dei membri della coalizione che ha imposto sanzioni al Qatar nel quadro della perdurante crisi diplomatica nell’area del Golfo. L’Egitto ha affiancato le autoproclamate Forze armate arabe libiche (Libyan Arab Armed Forces – Laaf), una delle parti impegnate nel conflitto armato in Libia, permettendo tra l’altro il trasbordo di armi dagli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae). Gli Uae hanno lanciato raid aerei con droni in Libia per conto delle Laaf, utilizzando la base aerea di Sidi Barrani in Egitto.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Le autorità hanno risposto alle esigue e rare proteste che si sono svolte a settembre e ottobre con l’uso illegale della forza, arresti di massa, censura e controlli di sicurezza casuali. Le forze di sicurezza hanno utilizzato gas lacrimogeni, manganelli, pallettoni e, in almeno un’occasione, anche proiettili veri per disperdere le proteste. Hanno fatto inoltre irruzione nelle case, con metodi violenti, per arrestate sospetti manifestanti, uccidendo almeno due uomini e ferendone altri. Centinaia di manifestanti e passanti sono stati arrestati e detenuti in attesa di essere indagati per “terrorismo” e altre accuse legate alle proteste.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Le autorità hanno represso la libertà di parola sia offline che online.

Le forze di sicurezza hanno arbitrariamente arrestato e detenuto decine di operatori dell’informazione in attesa di svolgere indagini per accuse di “uso improprio dei social network”, “diffusione di notizie false” o “terrorismo”.

Il 24 giugno, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ufficio della capitale, Il Cairo, del notiziario online indipendente al-Manassa e sottoposto a un breve fermo la sua caporedattrice Noura Younes.

Secondo quanto si è appreso dai gruppi per i diritti umani, centinaia di siti di notizie o che pubblicavano contenuti sui diritti umani e altri sono rimasti oscurati. Ad aprile, le autorità hanno bloccato il portale d’informazione Darb, dopo che aveva pubblicato contenuti sulla situazione dei diritti umani.

Le autorità hanno esercitato un giro di vite sull’informazione indipendente riguardante il Covid-19 e hanno lanciato un monito contro la “diffusione di notizie false” sulla pandemia. Hanno inoltre arbitrariamente arrestato almeno nove operatori sanitari che avevano sollevato problematiche in materia di sicurezza o criticato sulle piattaforme dei social network la gestione della pandemia da parte del governo, trattenendoli quindi in stato di fermo in attesa d’indagini per accuse di “terrorismo” e “diffusione di notizie false”. Altri sono stati sottoposti a minacce, vessazioni e misure amministrative di carattere punitivo.

Il 25 agosto, un tribunale distrettuale competente per terrorismo ha condannato in contumacia il direttore dell’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani, Bahey el-Din Hassan, a 15 anni di carcere in relazione ad accuse come “oltraggio alla magistratura” e “diffusione di notizie false”, per avere twittato informazioni riguardanti le violazioni dei diritti umani in Egitto.

 

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

Sono proseguite le indagini giudiziarie riguardanti il cosiddetto “caso dei 173”, un procedimento politicamente motivato e volto a indagare sulle attività e sul finanziamento di organizzazioni per i diritti umani. Sono rimasti in vigore i divieti di viaggio all’estero nei confronti di almeno 31 componenti dello staff di organizzazioni della società civile. A luglio, un tribunale del Cairo ha rigettato un ricorso di 14 di loro contro il divieto di viaggio.

A febbraio, le forze di sicurezza hanno arbitrariamente arrestato Patrick Zaki George, ricercatore sui diritti umani per l’Ong per i diritti umani Iniziativa egiziana per i diritti personali (Egyptian Initiative for Personal Rights – Eipr), all’aeroporto internazionale del Cairo al suo arrivo dall’estero. I suoi avvocati hanno affermato che la polizia lo aveva sottoposto a scosse elettriche e percosse. È rimasto in detenzione cautelare in attesa d’indagini riguardanti accuse infondate di “terrorismo”. A novembre, le forze di sicurezza hanno arrestato i direttori dell’Eipr Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Besheer, trattenendoli in attesa delle indagini per accuse relative al terrorismo, in seguito a un incontro con diversi diplomatici occidentali negli uffici dell’Eipr. Sono stati rilasciati in seguito a una campagna globale ma a dicembre le autorità hanno disposto il congelamento dei loro beni.

Politici d’opposizione hanno affrontato detenzioni arbitrarie e altre vessazioni. A marzo, un tribunale ha condannato Zyad el-Elaimy, ex parlamentare e dirigente di un partito d’opposizione, a un anno di reclusione per avere rilasciato un’intervista alla stampa sulla situazione dei diritti umani. A giugno, rimaneva in carcere, dopo che una corte d’appello aveva confermato il verdetto. In seguito agli emendamenti apportati a febbraio alla legislazione antiterrorismo, che consentivano alle autorità giudiziarie d’indicare come “terroristi” entità e singoli individui unicamente sulla base d’indagini condotte dalla polizia e senza che si fossero necessariamente verificati “atti di terrorismo”, i giudici distrettuali competenti per terrorismo hanno inserito i politici Zyad el-Elaimy e Abdelmoniem Abouelfotoh, oltre agli attivisti Ramy Shaath e Alaa Abdelfattah e il difensore dei diritti umani Mohamed el-Baqer, nella “lista dei terroristi” stilata dall’Egitto, valida per cinque anni, senza udienze o rispetto delle procedure dovute.

 

DETENZIONI ARBITRARIE E PROCESSI INIQUI

Migliaia di persone sono state arbitrariamente detenute solo per avere esercitato i loro diritti umani o sulla base di procedimenti giudiziari gravemente iniqui, compresi i processi collettivi e quelli davanti a tribunali militari. Le autorità hanno inoltre minacciato, interrogato e arbitrariamente detenuto familiari di dissidenti in esilio.

Ad agosto, Sanaa Seif, attivista detenuta ingiustamente da giugno, è stata rinviata a processo per “diffusione di notizie false”, “oltraggio a pubblico ufficiale” e altre imputazioni relative alle sue dichiarazioni pubbliche sulla complicità di un poliziotto nell’aggressione che aveva subìto assieme alla madre e alla sorella davanti al complesso penitenziario di Tora, sotto gli occhi delle forze di sicurezza.

I procuratori e i giudici hanno regolarmente rinnovato la detenzione cautelare di migliaia di sospetti trattenuti in attesa d’indagini riguardanti accuse infondate di “terrorismo”, in alcuni casi senza convocare gli imputati o permettere agli avvocati d’impugnare la legalità della loro detenzione. Molti sono stati trattenuti in detenzione cautelare oltre il periodo massimo di due anni stabilito dalla legge egiziana.

La procura suprema per la sicurezza dello stato (Supreme State Security Prosecution – Sssp), una sezione speciale della procura generale competente per le indagini in materia di minacce alla sicurezza, ha aggirato le decisioni dei tribunali o della magistratura che avevano disposto il rilascio degli indiziati dopo prolungati periodi di detenzione cautelare, spiccando nuovi mandati d’arresto per accuse analoghe. L’Sssp ha utilizzato tattiche simili per detenere arbitrariamente prigionieri condannati in via definitiva anche dopo il completamento della loro condanna.

 

SPARIZIONI FORZATE, TORTURA E ALTRO MALTRATTAMENTO

Le autorità hanno sottoposto centinaia di detenuti, compresi prigionieri di coscienza, a sparizione forzata in località sconosciute.

Tra questi c’era il sindacalista Ahmad Amasha, sottoposto a sparizione forzata per 25 giorni dopo il suo arresto, avvenuto il 17 giugno. Il 12 luglio, l’Sssp lo ha interrogato convalidandone il fermo in attesa d’indagini per accuse di “terrorismo”.

La tortura è rimasta dilagante nei luoghi di detenzione ufficiali e informali. Gli imputati arrestati in relazione alle proteste di settembre hanno riferito ai pubblici ministeri di essere stati percossi e sottoposti a scosse elettriche dalle forze di sicurezza.

L’autorità giudiziaria ha regolarmente omesso di aprire indagini a carico di agenti dell’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa) in merito alle segnalazioni di tortura e sparizione forzata. Solo in rari casi, le autorità hanno aperto fascicoli penali riguardanti casi di decessi in custodia. Il 7 settembre, Islam al-Australy, proprietario di una polleria, è deceduto all’interno del commissariato di polizia di Monib, nel governatorato di Giza, due giorni dopo essere stato arrestato. Il ministero dell’Interno ha negato che il suo decesso fosse stato causato dalla tortura. Le forze di sicurezza hanno arrestato parenti e vicini di casa della vittima e residenti nella zona che avevano protestato contro la sua morte, rilasciandoli dopo che la famiglia aveva ritirato la denuncia. La magistratura ha ordinato la detenzione di quattro poliziotti di basso rango, in attesa delle indagini; uno degli agenti è stato poi rilasciato su cauzione.

A dicembre, la magistratura italiana ha richiesto il rinvio a giudizio per quattro agenti dell’Nsa, indiziati per il rapimento, la tortura e l’uccisione nel 2016 del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni.

 

DIRITTO ALLA SALUTE – CONDIZIONI CARCERARIE

Le condizioni nelle carceri e in altre strutture di detenzione sono rimaste crudeli e disumane; i prigionieri hanno protestato per il sovraffollamento, la scarsa ventilazione, la mancanza d’igiene e d’accesso ai servizi igienici e l’inadeguata quantità di cibo e acqua potabile. Le autorità hanno torturato alcuni detenuti confinandoli in isolamento per periodi prolungati o indefiniti, in condizioni terribili.

Le autorità hanno negato ai prigionieri l’accesso a cure mediche adeguate, in alcuni casi anche per punire deliberatamente i dissidenti, una pratica equiparabile a tortura. Almeno 35 detenuti sono deceduti in carcere o poco dopo il rilascio, in seguito a complicanze mediche e, in alcuni casi, per la negazione di cure adeguate; le autorità non hanno svolto indagini indipendenti o efficaci sulle cause o circostanze dei loro decessi.

Il 13 agosto, il noto esponente dei Fratelli musulmani Essam El-Erian, detenuto dal 2013, è morto in carcere. Aveva in precedenza denunciato in tribunale di avere subìto maltrattamenti mentre era in isolamento e il diniego di cure mediche.

Le autorità non hanno adottato misure in grado di ridurre l’impatto della diffusione del Covid-19 nelle carceri e in altre strutture di detenzione: non hanno fornito ai prigionieri prodotti igienizzanti, non hanno realizzato test sistematici né messo in quarantena quelli che si sospettava avessero contratto il virus e non hanno affrontato il problema del sovraffollamento. Le autorità non hanno rilasciato migliaia di detenuti in regime di custodia cautelare prolungata, procedendo soltanto con gli abituali provvedimenti di grazia annuali, che prevedevano il rilascio di migliaia di prigionieri condannati in via definitiva in casi giudiziari non politici. Hanno anche arbitrariamente arrestato e vessato parenti e sostenitori di prigionieri che avevano espresso preoccupazione per la loro salute.

Le autorità hanno vietato le visite in carcere tra marzo e agosto, citando timori legati al Covid-19, e per l’intero anno le hanno negate a decine di detenuti legati a casi politici. Le autorità carcerarie non hanno fornito mezzi alternativi in grado di permettere ai prigionieri di comunicare regolarmente con le loro famiglie e gli avvocati.

 

PENA DI MORTE

I tribunali, compresi quelli militari e i distretti competenti per terrorismo, hanno emesso condanne a morte al termine di processi collettivi e iniqui. Le corti di grado superiore hanno confermato in appello i verdetti. Ci sono state esecuzioni.

A marzo, un tribunale ordinario ha condannato a morte 37 uomini al termine di un processo collettivo iniquo. Molti degli imputati erano stati sottoposti a sparizione forzata per mesi, percossi, torturati tramite scosse elettriche o sospensione prolungata per gli arti, prima dell’inizio dei processi. A luglio, la Corte di cassazione ha confermato la condanna a morte emessa contro Wael Tawadros, conosciuto come padre Isaiah, al termine di un processo compromesso da accuse di tortura e sparizione forzata.

Sono state effettuate esecuzioni, anche di persone condannate al termine di procedimenti gravemente iniqui, macchiati da accuse di sparizione forzata e ammissione agli atti processuali di “confessioni” estorte sotto tortura. Il numero di esecuzioni effettuate solo tra ottobre e novembre è stato quasi il doppio di quelle registrate nell’intero 2019.

 

DISCRIMINAZIONE E VIOLENZA SESSUALE E DI GENERE

Donne e ragazze hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi.

In risposta alla campagna lanciata pubblicamente contro l’impunità per i casi di violenza sessuale, le autorità hanno arrestato diversi uomini sospettati di stupro. Tuttavia, non hanno saputo garantire misure di protezione per le sopravvissute e i testimoni, né hanno impedito o indagato adeguatamente i diffusi episodi di violenza contro donne e ragazze. Le autorità si sono inoltre rese responsabili di rappresaglie contro una donna sopravvissuta a uno stupro e altre vittime che avevano denunciato la violenza sessuale subita.

Ad agosto, le autorità hanno arbitrariamente detenuto quattro persone che si erano fatte avanti per testimoniare in un caso giudiziario riguardante uno stupro di gruppo, avvenuto in un hotel del Cairo nel 2014, e hanno aperto nei loro confronti un’indagine penale per accuse riguardanti tra l’altro “la morale” e “l’utilizzo improprio dei social network”. Due uomini, anch’essi arrestati in relazione al caso, oltre a essere indiziati per stupro, dovevano rispondere di accuse di “indecenza”, un’imputazione usata spesso in Egitto per perseguire le relazioni omosessuali. Le autorità hanno sottoposto i due a visite anali forzate, una pratica equiparabile a tortura. L’azione penale contro i sei indiziati era basata principalmente su video privati e immagini fotografiche intime.

Il 5 settembre, il codice di procedura penale è stato emendato al fine di vietare alla magistratura e alle autorità di pubblica sicurezza di rivelare le identità delle sopravvissute a episodi di violenza sessuale; il testo emendato non prevedeva pene per la violazione del segreto d’ufficio né conteneva disposizioni per la protezione dei testimoni e altri che avessero denunciato casi di violenza sessuale.

A partire da aprile, le autorità hanno intensificato il giro di vite sulle donne influencer attive sui social network per il modo in cui vestivano, agivano e guadagnavano denaro su applicazioni come TikTok, perseguendone penalmente almeno nove per accuse di “indecenza” e “violazione dei princìpi e dei valori familiari”. Almeno sei sono state condannate a pene variabili dai due ai sei anni di carcere.

 

DIRITTI DEI LAVORATORI

In seguito allo scoppio della pandemia da Covid-19, decine di migliaia di lavoratori del settore privato sono stati licenziati, costretti ad accettare riduzioni di salario, a lavorare senza dispositivi di protezione individuale (Dpi) o a prendersi un periodo di congedo indeterminato non retribuito. Le autorità non hanno saputo predisporre sufficienti misure di tutela sociale, compresi sussidi di disoccupazione, per i lavoratori che avevano perso i loro mezzi di sostentamento a causa dell’impatto economico del Covid-19.

Le autorità hanno arbitrariamente detenuto decine di lavoratori e sindacalisti, solo per avere esercitato il loro diritto di scioperare e protestare pacificamente.

A settembre, nella città di Shebin al-Kom, le forze di sicurezza hanno arrestato almeno 41 lavoratori di un’azienda tessile di proprietà statale, che protestavano per gli arretrati di stipendio ancora in sospeso. Sono stati tutti rilasciati 10 giorni dopo.

A giugno, un verdetto della Corte di cassazione ha confermato il licenziamento dei lavoratori di aziende di proprietà statale, ritenuti colpevoli di accuse legate alle proteste, sebbene fossero stati assolti da corti di grado superiore.

 

DIRITTO ALL’ALLOGGIO E SGOMBERI FORZATI

Le autorità hanno effettuato sgomberi forzati in insediamenti informali e arrestato arbitrariamente decine di persone che protestavano contro la minacciata demolizione delle loro case.

Il 18 luglio, le forze di sicurezza hanno fatto ricorso alla forza per disperdere una protesta dei residenti del quartiere Ma’awa el-Sayadeen di Alessandria, contro la demolizione delle loro case, arrestando circa 65 manifestanti. Almeno 42 uomini sono stati sottoposti a fermo in attesa delle indagini per accuse come “partecipazione a proteste non autorizzate” e “aggressione contro un pubblico dipendente”, per periodi fino a cinque mesi. Sono stati in seguito tutti rilasciati.

 

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CULTO

Le autorità hanno continuato a esercitare forme di discriminazione nei confronti dei cristiani nella legge e nella prassi. Il loro diritto di costruire e ristrutturare chiese private è rimasto limitato ai sensi di una normativa del 2016, che prevedeva l’obbligo di ottenere un’autorizzazione da parte delle agenzie per la sicurezza e altre autorità statali. Secondo l’Eipr, questi organi governativi hanno concesso la registrazione legale senza riserve a meno di 200 chiese, a fronte di un totale di 5.540 domande presentate dal 2016, mentre soltanto 1.412 avevano ottenuto un permesso provvisorio condizionato.

I membri di minoranze musulmane, atei, cristiani e altri sono stati perseguiti e incarcerati per blasfemia o accuse di “terrorismo”. A giugno, due uomini sciiti sono stati condannati a un anno di reclusione per avere praticato la loro fede. Ad agosto, le forze di sicurezza hanno arrestato lo scrittore coranista e blogger Reda Abdel-Rahman, sottoponendolo quindi a sparizione forzata per 22 giorni, in quella che è parsa essere una rappresaglia per gli scritti religiosi e politici di un suo parente in esilio. È rimasto sottoposto a detenzione cautelare.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Le autorità hanno continuato ad arrestare e detenere arbitrariamente rifugiati e migranti. Tra gennaio e settembre, le forze di sicurezza hanno arrestato e detenuto almeno 14 siriani, 29 sudanesi e un guineano, presso i commissariati di polizia nel sud dell’Egitto, per ingresso o soggiorno irregolare nel paese.

A novembre, le forze di sicurezza hanno disperso con la violenza due proteste pacifiche di rifugiati e migranti sudanesi, per l’omicidio di un bambino sudanese. Le forze di sicurezza hanno arrestato decine di manifestanti, sottoponendoli a percosse, insulti razzisti e altre forme di maltrattamento.

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